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La scrittura a due - Intervista a Tersite Rossi

Autore: emmeffekane
Testata: scrivere in due
Data: 8 gennaio 2013

 Cosa rende il vostro lavoro a due più interessante del lavorare da soli?
Possiamo dire che nel nostro caso 1+1 non ha fatto 2, ma 3, poiché la nostra scrittura non è soltanto il risultato della somma di due teste e personalità, ma parte da esse e prende una forma propria, indipendente, quella del terzo: Tersite Rossi. Inoltre, lavorare in due consente di avere un confronto costante che aiuta ad affrontare meglio i tempi morti, i vuoti di creatività, i dubbi artistici che necessariamente compaiono nell’attività di uno scrittore. Insomma, ognuno è la spalla dell’altro e grazie a questo reciproco sostegno si può procedere con maggiore sicurezza.

Quali sono i punti di forza del vostro scrivere insieme?
Oltre a ciò che è già stato detto nella risposta precedente, possiamo aggiungere che scrivere in due permette un controllo costante del lavoro, senza farsi trascinare da quel fenomeno inevitabile che travolge ogni scrittore durante l’atto creativo, cioè il senso di onnipotenza e di infallibilità che impedisce di notare gli errori e le sbavature del lavoro. Avere qualcuno che legge, corregge e propone alternative rispetto ai capitoli che hai scritto e che è disponibile a ricevere lo stesso trattamento sui propri è un circolo virtuoso che rafforza la qualità della scrittura.

Un difetto e un pregio del vostro partner (risposta doppia)
Pregio di Marco: determinazione
Difetto di Marco: eccessiva pignoleria
Pregio di Mattia: capacità di immaginare sempre una realtà diversa
Difetto di Mattia: un po’ troppo incline a farsi sopraffare dalle difficoltà
   Come impostate il lavoro di scrittura? Abitate nella stessa città e, quindi, avete la possibilità di vedervi, o lavorate con il favore del web?
Abitiamo entrambi in Trentino, ma in paesi diversi. Quando il lavoro ce lo permette riusciamo ad incontrarci a Trento dove, durante gli intensi dialoghi avvenuti in pausa pranzo, sono nati i primi due romanzi. Il soggetto e le idee costitutive del romanzo nascono proprio così, raccontandoceli a ruota libera. Poi, tutto il materiale “orale” prende la forma di una scaletta, la cui forma definitiva stabilisce quali personaggi e quali vicende verranno trattate da ciascuno. A quel punto, inizia il lavoro individuale, ovvero la scrittura, che prevede un lavoro di editing da parte dell’altro. E per fare ciò la comunicazione via e-mail è fondamentale.

In quale maniera affrontate le riscritture? Ciascuno passa all’altro la propria parte della storia?
 Appena uno dei due ha concluso un capitolo, lo invia all’altro che realizza l’editing, ovvero rileva le possibili incongruenze sui contenuti, le sbavature stilistiche e le imprecisioni linguistico-lessicali. Le proposte di correzione tornano all’autore del capitolo che valuta quali accettare e quali ridiscutere. Si realizza, in questo modo, una sorta di palleggiamento dei capitoli tra l’autore-Tersite e l’editor-Tersite, al termine del quale uscirà il capitolo definitivo dello scrittore-Tersite. Sinceramente, questo sistema è nato in modo naturale, senza forzature. Può sembrare complesso, ed in effetti lo è, ma finora ha funzionato molto bene. E, come si dice, finché funziona proseguirà.

 La scrittura è solitudine si dice. È stato semplice fare spazio all’altro, accettare l’idea che, prima dell’editor, c’è un altro scrittore che legge e critica?
 Non è affatto semplice. Dicevamo prima che lo scrittore si bea nella sua onnipotenza e dover fare i conti con chi ha il compito di vivisezionare e rilevare tutte le imperfezioni della “creatura” risulta frustrante e può scatenare tensioni tra le due parti della coppia artistica. Soprattutto se una delle parti è particolarmente pignola e l’altra è particolarmente permalosa. Ma alla fine la consapevolezza che ognuno dei due è fondamentale per giungere ad un romanzo completo e rifinito consente di fare un passo oltre l’orgoglio e la presunzione individuale.

Aggiungete la domanda che avreste sempre voluto e nessuno mai vi pone.
 Perché, riguardo alla bellezza femminile, avete gusti così diversi? Risposta: per dare a Tersite Rossi una più ampia sensibilità estetica che può sempre diventare sensibilità artistica. Oppure, più semplicemente, per non litigare…

 
Tersite Rossi (1978 & 1978) ama considerarsi l’erede contemporaneo del Tersite omerico, un antieroe che sfidò l’ipocrisia del potere ma finì bastonato e deriso. A guardare bene, dentro di lui convivono due anime distinte: quella del professore e quella del giornalista. Entrambe, però, gli stanno un po’ strette. Esordisce con il romanzo “È già sera, tutto è finito” (Pendragon 2010), appartenente al genere della Narrativa d’Inchiesta (finalista al Premio Alessandro Tassoni 2011 e al premio Penna d’Autore 2011). Nel 2012 esce il suo secondo romanzo con le “edizioni e/o”, intitolato “Sinistri”, all’interno della collana “SabotAge” curata da Massimo Carlotto.

“Sinistri” è un romanzo ambientato nel 2023, in piena Terza Repubblica. L’Italia del futuro è un Paese guidato dal trasversale Partito della Felicità e dal dogma della pace sociale ad ogni costo, in cui le opposizioni sono al bando e “allarme” è l’unica parola d’ordine. E’, inoltre, un Paese riempito di negozi take-away in cui trovare psicofarmaci, sesso virtuale e lifting a buon mercato per essere felici, poiché la felicità è quasi imposta per decreto. Ma c’è chi si oppone, in particolare un movimento terroristico riemerso dal passato, che si richiama a un gruppo di folli sovversivi, la Banda dei Nove, e ad un leader senza volto, Àdelos. E tra loro c’è una ragazza disposta a tutto pur di rinnegare le proprie origini ed un traditore pronto ad aiutarla. Il tutto sullo sfondo di un omicidio inquietante e, soprattutto, di un enigmatico plico di racconti finito sulla scrivania del Capo della Polizia, a lanciare la sua sfida, mortale, al potere. Potremmo chiamarlo un noir fantapolitico o una distopia erede di Orwell, ma troppe etichette ci stanno strette. Sul terzo romanzo, invece, per il quale c’è un soggetto da aggiustare, manteniamo l’assoluto riserbo. Possiamo solo anticipare che è nostra intenzione assegnare più spazio alla narrazione che ai simboli, al contrario di quello che è avvenuto con “Sinistri”.