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BALLIAMO SUL MONDO – PILL N.8

Autore: Elisa Da Rin Puppel
Testata: Bello2Buono
Data: 15 gennaio 2013

Tersite ci ha avvertiti:

“leggetelo presto. Prima che sia lui a venire a leggere voi…”

Ora non ci resta che ballarci sopra. Già, proprio così. Ballare sul Mondo. Fare delle riunioni politiche, ritirarsi in sette, stendere manifesti, discutere, adirarsi (come accade nell’ottavo racconto di Sinistri) … sono tutte modi fallimentari già visti molte, troppe volte dalla Storia. Quello che ci resta da fare è semplicemente ballare! Ballare, con le nostre gambe, con le nostre forze. Gioire di ciò che accade, di ciò che ci circonda. Godere di questo ultimo anelito di felicità, la quale nasce dal nostro corpo, dalle nostre viscere, e ci fa sentire incredibilmente Vivi!


Tersite, tu ci stai ballando sopra? E come? Con che ritmo?

C’è una vecchia canzone di Francesco Guccini intitolata “Ballando con una sconosciuta” in cui il protagonista (un antennista?) viene rapito dall’immagine di una donna “normale, non male” che lo trascina a ballare sui tetti della città, al di là di tutto e di tutti. Finalmente libero.

Ballare è questo. È  scivolare oltre il limite dell’ordine costituito. È calpestare le figure cucite addosso. È prendersi gioco della propria ombra. È sfidare il nesso di causa ed effetto, le proprietà dell’algebra o i principi della termodinamica. Perché quando balli fai un passo indietro per ritrovarti davanti e il tempo si arrotola in un origami senza capo né coda.

Il ballo è un rito che ammazza la ritualità, perché sfarina l’identità, mescola il lecito con l’illecito, genera amplessi tra l’umano e il divino. Per questo la società moderna – figlia repressa del libro matematico e del dio delle Scritture – ha cercato di catturare l’energia vitale del ballo, stringendola in movimenti compassati (i passi, ah, i passi!) e seppellendo la ritualità magica sotto un preciso ordine catalogato. Dov’è finito il ballo delle baccanti che perdevano il senno e si facevano possedere dal panico dell’infinito divino? Dov’è finito il movimento fluttuante dell’uomo che respira con l’addome e non con la gola? Dov’è finita, in una parola, la liberazione?

Il protagonista dell’ottavo racconto ha assistito ad una riunione politica di morti che camminano, mentre al piano di sotto la musica faceva pulsare il sangue di donne e uomini vivi. Ma è la stessa politica italiana a non ballare. L’uomo del bunga bunga non balla perché a dettare il suo ritmo c’è il falso dio della plastica. L’uomo della finta provvidenza non balla perché a dettare il suo ritmo c’è il dio del denaro. L’uomo della vittoria in tasca non balla perché a dettare il suo ritmo c’è la paura di ballare. L’uomo venuto dal blog non balla perché a dettare il suo ritmo c’è la furia del Grande Fratello. L’uomo del Po non balla perché non ha mai avuto ritmo. L’uomo della narrazione non balla perché a dettare il suo ritmo c’è un calcolo (i passi, ah, i passi di nuovo!). L’uomo del tribunale non balla perché a dettare il suo ritmo c’è il ricordo di quanto era bello ballare – forse, chissà, magari – una volta.

L’antieroe, invece, balla per ballare. Il suo ritmo non ha padroni né schemi, e lo conduce al di qua e al di là del confine. Sale sui tetti e guarda il mondo, ondeggiando il capo al soffio del vento. Scivola sulla sabbia e rotola in acqua. Zampetta in punta di piedi sul marciapiede come se fosse l’orlo di un vulcano o il limitare di un ghiacciaio.

L’antieroe, insomma, fissa le antenne e balla, aspettando un miracolo. Aspettando la donna che lo faccia uscire dal monitor e dalla gravità, per portarlo oltre. Perché “da oltre” tutto è diverso. Da oltre, la musica è più forte del vento, più sinuosa del mare. E felicità non è più solo un anagramma imperfetto di facilità.