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Trieste, al centro dei mondi

Autore: Daniele Barbieri
Testata: Carta
Data: 28 giugno 2007

Le persone «che vogliono abbattere il muro linguistico [...] sono esseri ansiosi di costruire un mondo migliore». Ma alle ovvie difficoltà con i verbi - la croce di chiunque studi l'italiano - si aggiunge il diverso modo di vedere il mondo. Così la bosniaca Marina, che troppe ne ha passate, non ama il passato remoto: «parlerò quando cominci a insegnarci il futuro, è l'unico tempo che mi interessa» mentre il presente piace alle altre; invece l'insegnante Laura - felpa di Emergency e vecchi jeans - apprezza secondo le allieve soprattutto l'imperativo, in particolare del verbo dovere.

Amiche per la pelle [edizioni e/o, 144 pagine, 14 euri] è il tragitto naturale- e apparentemente semplice - che porta Laila Wadia dagli splendidi racconti al romanzo. Nata in India ma trapiantata a Trieste, Lily-Amber Laila Wadia aveva mostrato nell'antologia «Il burattinaio» [Cosmo Iannone editore, 2004] la sua capacità di raccontare, con ironia e acutezza, la società sempre più creola in cui viviamo. Qui si conferma appieno.

Questa volta ci porta nel vero-falso centro storico di Trieste, in una via «che sia il sole che il Comune» hanno abbandonato. Nel cadente palazzo di via Ungaretti 25 c'è una famiglia indiana, i Kumar, una bosniaca [Zigovic], gli albanesi Dardani, i cinesi Fong e il solitario, bisbetico e fascistoide signor Rosso.

A unire questi eterogenei inquilini sarà soprattutto una misteriosa lettera che si capisce porterà sciagure, anche se Wadia dosa la suspence per quasi 70 pagine [la quarta di copertina, come spesso accade, anticipa un po' più del dovuto]. Nel frattempo si va avanti: vita quotidiana, le donne che studiano l'italiano, piccole e grandi solidarietà, un pizzico di ripicche e gelosie più un mare di equivoci come quando, nel presentarsi al signor Rosso, Shanti Kumar si sente rispondere malamente ... così lei erroneamente intende che quel tipo si chiama «Cazzo Altrineri». Eppure quel bisbetico indigeno poi insegna le poesie di Ungaretti alla piccola e raggiante Kamla, lasciando sua madre un bel po' perplessa quando deve decifrarne il senso.

La ricerca del dialogo non esclude difficoltà e incomprensioni: «i triestini mi domandano sempre cosa significa il puntino rosso che porto sulla fronte e non so cosa rispondergli» osserva Shanti: «Io gli domando perché un paio di scarpe costa più di un frigorifero o perché frotte di ottantenni affollano l'autobus alle otto di mattina e loro non sanno cosa ribattere». Resta poi la "domandona": come mai in India e in Italia possa convivere, fianco a fianco, «gente tanto ricca e gente tanto povera».

Siccome «il tempo è una cosa strana [...] certi giorni volano e certi periodi sembrano non avere mai fine», gran parte della storia ruota intorno alla catastrofica lettera. La ricerca di una soluzione si infrange contro un muro ma, quasi come il 7° cavalleggeri nei vecchi western, d'improvviso arriva un lieto fine che, a ben guardarlo, è ambiguo ma salva comunque lo strano popolo di via Ungaretti 25. In realtà Wadia ci riserva un vero colpo di scena, sul signor Rosso, nelle ultime pagine: «nemmeno in un film indiano ho sentito una storia così incredibile» pensa fra sé Shanti.

Un libro davvero affascinante che non censura nessuno degli aspetti più difficili del migrare o del nascente melting pot ma che persino di fronte al dramma usa l'arma più universale e invincibile che esista, l'ironia. A volte le mode "letterarie" arrivano al momento giusto; o forse persino gli editori - che di solito vivono un po' lontano dalla gente normale - sono costretti fare i conti con la realtà. Così le scritture [o le pellicole] che vengono etichettate, un po' frettolosamente a volte, come migranti o multi-etniche hanno trovato spazio, anche in Italia, nei cataloghi; e bisogna rallegrarsene se il risultato è Amiche per la pelle o [sempre da e/o] Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Amara Lakhous che con Wadia ha molti tratti in comune.

Chissà se anche la nostra orribile tv prima o poi si accorgerà che si può raccontare il nuovo «meticciato» con questa intelligenza e capacità affabulatoria. Le micro-storie delle inquiline di via Ungaretti 25, dei loro mariti e del sorprendente signor Rosso sembrano già pronte per finire in un serial... ma ci vorrebbe un regista - o meglio una regista - capace di sottrarsi alla dittatura dei luoghi comuni.