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"We are family", il romanzo del "si può fare"

Autore: Silvana Mazzocchi
Testata: La Repubblica
Data: 24 gennaio 2013

Il vero talento consiste nel saper riconoscere le priorità della vita, quelle intime e vere. E non nell'inseguire denaro e potere. E il privilegio più grande è quello di avere una famiglia che, fin dall'infanzia, ti aiuta a vincere le sfide impossibili. Buonismo? Forse, ma se la lezione del "si può fare" è dispensata da un bambino prodigio, simpatico e sognatore, quel velo che spesso accompagna i concetti "politicamente corretti", si dissipa per cedere il passo al sorriso. Ed è Al Santamaria, il ragazzino prodigio, maestro di vita e di sogni, protagonista dell'ultimo romanzo di Fabio Bartolomei, We are family, in libreria per edizioni e/o, storia di fantasia che vuole farsi realtà che racconta come anche i progetti più astrusi possano realizzarsi, quando il motore di tutto sono gli affetti. E che, per essere felici, i beni materiali, contano poco, e comunque molto meno di quelli del cuore.

Al Santamaria ha meno di quattro anni e già mostra di avere doti straordinarie; sa leggere, scrivere e far di conto, immagina e sogna alla grande. Con il suo talento potrebbe aspirare a qualsiasi carriera, conquistare soldi, successo e potere. Invece, gli sembra più urgente "salvare il mondo". A cominciare dalla sua sconclusionata famiglia, due genitori spiantati che si amano davvero e una sorella, più grande e molto protettiva, che è per lui punto di riferimento e sicurezza. I Santamaria hanno un'idea fissa: possedere una casa ideale e smettere di cambiare alloggio a caccia di affitti sempre più bassi. Ne parlano continuamente e perfino con ironia; la cercano sapendo che non potranno comprarla mai, mentre girano per locali umidicci e senza riscaldamento. Non si lamentano, il sogno è sufficiente. Sarà Al, ormai divenuto uomo e ancora prodigio, a mettere in piedi un progetto fantasioso e pazzoide per garantire, finalmente, una casa alla sua famiglia e, non importa se altrettanto strampalata.

E ci riesce. Ma non (ed è qui il senso del romanzo) nei panni di un Peter Pan dei nostri giorni che non sa crescere, bensì come un adulto fatto, che "sceglie" liberamente le proprie priorità, con un ottica d'amore e non di profitto.
 
Fabio Bartolomei, scrittore e sceneggiatore, aveva già dimostrato con i suoi precedenti romanzi, Giulia 1300 e altri miracoli e La banda degli invisibili, (e/o) di saper raccontare con fantastica leggerezza l'Italia contemporanea. Con personaggi comuni, ma a loro modo eccezionali, ricchi di risorse, buffi e capaci di far sorridere e, insieme, riflettere. We are family conferma la sua capacità di tessere trame intrecciando la ricchezza della commedia all'italiana con l'ironia dell'intelligenza.

Un bambino prodigio che continua a sognare. Da dove viene l'idea?
"Mi piacciono le persone che hanno un talento straordinario e decidono di metterlo al servizio di cause che non hanno nulla a che vedere con il successo personale, il potere o il denaro. Al Santamaria, il protagonista, ha delle doti che potrebbero garantirgli un futuro agiato, il posto nelle più importanti università del mondo, un lavoro prestigioso, ma alcuni fattori che riguardano il suo presente cambiano le cose: Al vive in Italia, in una famiglia con gravi problemi economici, con il rischio concreto di non avere più un tetto sopra la testa. Ecco allora che il futuro diventa subito più nebuloso e il suo immenso talento dovrà essere messo al servizio di una causa forse più banale ma, alla fine, enormemente più significativa: trovare una casa per la sua famiglia. Avevo voglia di scrivere un libro che avesse come protagonista un bambino, di costruire una storia che lo vedesse impegnato in una missione apparentemente al di sopra delle sue capacità, di mettermi nei panni di chi come obiettivo ha il raggiungimento di beni e valori primari (perché di lotte per l'accaparramento di beni e valori accessori è già piena la vita di tutti i giorni e francamente sentivo il bisogno di altro). Al Santamaria fa quello che gli riesce meglio: sogna e, come tutti i bambini, confonde i sogni con la realtà, in modo sorprendente, così sorprendente da riuscire a convincere tutti. Anche i lettori, spero".

La salvezza è restare un po' bambini per sempre?
"Quasi sempre la figura dell'adulto eterno bambino è deprimente. La connotazione classica prevede: superficialità, incapacità di assumersi le responsabilità e di gestire i sentimenti (soprattutto se sono quelli degli altri). Raramente però s'incontrano anche degli adulti che sanno coltivare il sano gusto per il gioco senza per questo considerare il mondo il loro luna-park personale, che alla maschera dell'adulto annoiato dalla vita oppongono una curiosità insaziabile, che sanno illuminarsi di genuino stupore, senza paura, perché la posa dell'uomo o della donna che le hanno viste tutte sarà anche affascinante ma alla lunga annoia. Con queste caratteristiche sì, è salvezza. Al Santamaria è salvo perché prima di tutto è un prodigio di entusiasmo, continuo, martellante, a volte persino incomprensibile. Per lui tutto è nuovo, tutto è ancora da scoprire, è circondato da cose sulle quali rimuginare, da sogni spericolati che non possono esistere solo per essere raccontati, lui ne è certo: esistono per essere realizzati. Tutto normale, ha sette anni, di speciale c'è che nell'arco del romanzo Al crescerà, diventerà adolescente e uomo (a suo modo) maturo, ma crescere per lui non significa perdere le cose, significa aggiungerne altre. Resterà curioso, entusiasta e sognatore attivo fino all'ultima pagina".

Quella di Al è stravagante ma unita, lei crede alla forza della famiglia?
"Scrivere aiuta a chiarirsi le idee, anche su ciò che si è appena finito di scrivere. Tornando per un attimo alla prima domanda: "da dove viene l'idea?" mi sono ricordato ora che molti mesi fa (prima di iniziare la stesura di We are family) parlavo con alcuni amici del periodo più felice della mia vita. Per qualcuno era stata l'adolescenza, per qualche altro era stato il periodo dell'università o quello immediatamente successivo, per me è stato senza dubbio l'infanzia, con tutto il rispetto per ciò che è venuto dopo che non è da buttare. Il merito ovviamente è della mia famiglia, del fatto che mio padre, mia madre e mia sorella c'erano sempre. Senza la presunzione di spiegarmi il mondo e il senso della vita, erano lì per starmi vicini, per dimostrarmi che potevo sempre contare su di loro, per dare risposte aperte alle domande che spesso nemmeno facevo. Al di là di ciò che superficialmente può aver mosso la stesura del soggetto e poi dei singoli capitoli, alla base non può che esserci l'atmosfera che ho vissuto nei miei primi dieci anni di vita. Quindi sì, senza dubbio credo nella forza della famiglia e negli unici sacri vincoli che ne delineano l'essenza, anzi la sostanza: l'unione, soprattutto morale, e la costanza. Da questo punto di vista Al Santamaria, che pure ne passerà tante, può essere considerato un bambino fortunato, di più: ricco. Dall'inizio alla fine della sua storia vivrà nell'agio di chi ha una famiglia che sa essere tale anche di fronte alla sfide più difficili, nel lusso di chi ha una sorella che sa diventare complice".