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Il cielo è dei potenti

Autore: Marianna Rizzini
Testata: Il Foglio
Data: 8 febbraio 2013

Il potere visto dalla strada che si fa per arrivarci, osservato dal teatro sotterraneo della lotta, immaginato dalla spiaggia dove si è stati felici e "fagotti" - avanti e indietro in giornata, con pranzo al sacco. Il potere parziale e scomodo, percepito dalla stanza in cui neanche per un attimo si può pensare di averlo raggiunto, perché c'è sempre qualcuno più in alto, anche se ci si è già sporcati le mani. E poi il potere che sfiora, inebria e sfugge proprio quando sta per essere agguantato, per inabissarsi sul più bello con tutto un mondo che non c'è più - perché attorno sta franando quello che sembrava far parte della mobilia, assieme alla politica per come era stata intesa per quarant'anni, tra tessere, correnti, compari e valigette. Che cosa è successo agli uomini della Dc quando la Dc ha smesso di essere "Balena bianca"? Che cosa è rimasto, cambiando pelle, dei comizi ingolfati tra un pranzo e un battesimo, in cui la domanda sottesa è sempre quella: chi paga? Che cosa ne è della certezza opaca dei voti aggiustati con l'imbussolamento - cambi urna e cambi voto - e che cosa sopravvive alla finta catarsi di Tangentopoli? "Il cielo è dei potenti" è la storia di un uomo, di uno stato d'animo e di una stagione, raccontati con ironia e ferocia, ma anche con curiosità, da una ragazza che quel mondo l'ha guardato da vicino e da bambina (Alessandra Fiori è figlia di Publio, ex ministro e parlamentare Dc), per poi tornare a vederlo davvero e da lontano, come fosse road movie e western, con i suoi sceriffi, i suoi cavalli e i suoi saloon, seppure nel bel mezzo dell'agro pontino o nel sottoscala brulicante del grande congresso. Ma "Il cielo è dei potenti" è anche il racconto del più universale momento in cui ci si volta indietro senza volersi davvero voltare. È costretto a voltarsi, infatti, Claudio Bucci, l'uomo che attraversa con ambizione mai paga e realismo mai offuscato gli anni della Prima Repubblica, passando dalla militanza del giovane signor nessuno democristiano al governo raggiunto fuori tempo massimo, attraverso tutti i gironi di una sempre pericolante carriera politica, inseguendo un successo sempre minacciato.

Il potere si presenta sotto forma di bignè portati in dote al capo palazzo o come ore di anticamera fuori dall'ufficio di un Giulio Andreotti che nel romanzo cambia nome senza cambiare l'inconfondibile modo di essere, tra un simil-Sbardella e un simil-Evangelisti. Ma è prima di tutto un viaggio estenuante dentro di sé, quello di Bucci, uno che non può trovare pace, perché la soddisfazione, per lui, dura lo spazio dell'ingresso in un nuovo ufficio. Il primo volo su Roma, sopra i palazzi della futura caccia grossa, e il boom economico che non bacia un padre avvocato pagato a caciotte, fanno da molla al desiderio di imbarcarsi nell'impresa. Il resto lo mettono la determinazione di Bucci e la vitalità della moglie alter ego Giuliana, bella e intelligente quanto solidamente ancorata al qui e ora, l'altra faccia di una vita passata a correre, magari pure a calpestare, sempre però con il dubbio di aver lasciato qualcosa indietro.

Chi vuole il potere, quel potere, non si può permettere a lungo l'amore che cancella il mondo attorno. Chi vuole quel potere non si accorge quasi che l'amore scivola verso il canto del cigno. Non possono arrestare la corsa i figli, semi sconosciuti da bambini, incomprensibili da adulti. Né può farsi invertire la rotta il terrorismo vissuto sulla pelle, undici colpi e la fine a un passo. E però Bucci ha sempre la sensazione che la corsa diventi inutile proprio quando sta per compiersi. Restano sul terreno le domande, e l'impossibilità di capire davvero che cosa ha permesso ad alcuni di salvarsi o mimetizzarsi mentre altri finivano in galera, nel dimenticatoio o nel limbo di una vecchiaia defilata, che smentisce persino la fuga da cui si era partiti.