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Non passare per il sangue

Autore: Alfredo Ronci
Testata: Il Paradiso degli Orchi
Data: 14 febbraio 2013

Romanzo civile e molto attuale, visto che un altro militare italiano, di soli 24 anni, è stato ucciso giorni fa in Afghanistan.
La storia la si può condensare in poche righe: Luca, ufficiale dell’esercito italiano, decide di cercare i parenti di Marcello, giovane ucciso appunto in Afghanistan, e suo compagno di vita, per restituire una valigia che contiene gli effetti personali del ragazzo. Le circostanze lo costringeranno ad un rapporto conflittuale con la nonna del morto, sorta di figura totemica, che pare possegga anche certe chiavi di lettura di una vicenda familiare non sempre limpida e non sempre distante da meccanismi di coercizione.
Fin qui pace: se il ‘civismo’ e l’attualità della vicenda ci stimola la lettura di Non passare per il sangue (tra l’altro già finalista del premio Calvino 2010 col titolo  di L’amore assente ed ora riproposto nella collana ‘Sabot/age diretta da Carlotto), quel che invece frena il nostro entusiasmo è la costruzione psicologica dei due principali attori: Luca e Marcello.
Dove subentrerebbe un giudizio sociologico che, di prima, nulla ha a che vedere con la narrativa e quindi di conseguenza con la riuscita letteraria dell’opera.
Sì  perché si parla di omosessualità: e quando l’affaire si manifesta non sempre ci si trova davanti ad una mente agile che eviti le sabbie mobili di una consuetudinarietà che sfiora il luogo comune o il ritrattismo/santino da epoca tutto sommato politically correct.
Quel che Savarese ci offre non convince appieno (anzi, se devo essere sincero, un po’ infastidisce): un Marcello un po’ femminiello che gioca da bambino con la Barbie, che da grande ascolta musica classica e confessa di aver scelto la carriera militare per ‘restituire’ una figura maschia e virile ad una famiglia al limite della liceità, in tempi come questi sa un po’ di psicologia datata e ‘frivola’. Per non parlare del momento clou del coming out (attenzione: i media ancora sbagliano quando parlano della questione. Si dice coming out quando la persona confessa la tendenza sessuale; si dice outing quando una seconda svela la condizione della prima!) che nel 2012 vorremmo già superata o magari non ritratta in un contesto da vangelica apocalisse.
Anche lo stile linguistico, per quanto molto vicino al sentire dell’autore, e quindi in una dimensione  parallela  e riuscita, a volte slitta verso soluzioni inaspettate e banali: La sera scende passo dopo passo come una danzatrice incerta…
Ci perdoni qualcuno la poca tenerezza nei confronti di Savarese, ma ci giunge spontanea quando, proprio per le qualità dell’autore che gli si riconoscono, ci saremmo aspettati da lui maniere, ed anche espedienti perché no, lontano anni luce da una routine letteraria e sociologica da talkshow pomeridiano e domenicale.
C’è del buono tuttavia in quel che scrive, ma per fare una battuta conclusiva, vorremmo finalmente leggere di un gay che fa l’apicoltore che ascolta solo musica della tradizione popolare azerbaigiana e che da bambino ha giocato col Meccano.
Si celia.