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Il ritorno di Viola: "Le mie protagoniste sono eroine tragiche"

Autore: Annarita Briganti
Testata: La Repubblica - Milano
Data: 24 febbraio 2013

Viola Di Grado ha venticinque anni, il suo esordio Settanta acrilico trenta lana ha vinto il Campiello Opera Prima, ha venduto 35.000 copie, è stato tradotto in otto Paesi, è ancora in classifica negli Stati Uniti. La nostra Amélie Nothomb, stesso stile visionario e look gotico, torna dopo due anni con il romanzo esistenzialista Cuore cavo (e/o). Il tema è il suicidio, l'incipit notevole: «Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa». Dorotea, catanese e coetanea dell'autrice, si taglia le vene nella vasca da bagno. Il suo corpo finisce sotto terra, in pasto ai vermi, pagine splatter. L'anima, lo spirito, il fantasma, chiamatelo come volete, vagherà fino al 2015, raccontandoci cosa succede "dopo" con flashback che spiegheranno i motivi del gesto.

Viola Di Grado, che cos'è un Cuore cavo?

«Il cuore è un muscolo cavo. Quando il sangue smette di riempire quello di Dorotea, rimane una culla vuota. 'Cuore cavo' è anche una malattia della patata, lo trovo divertente, perché Dorotea si muove nella natura, è lì che il suo cuore marcisce, che il suo corpo si disfa: "Sarò petali e fiumi melmosi e fumo-ghiacciociglia- corteccia-grandine-lanafegato- ferro-luna-ali di mosche" ».

Perché si uccide?

«La profonda infelicità tocca la profonda felicità: è un cerchio. Nelle mie famiglie infelici c'è un prorompente desiderio di vivere, le mie protagoniste sono eroine tragiche. Dorotea non ha amor proprio, è esposta coraggiosamente alla luce con il rischio di andare a fuoco, come una lente. Figlia di una fotografa ragazza madre-depressa, non ha mai conosciuto il padre. È un romanzo sull'assenza. Dorotea da morta spia la vita ma non può essere vista né sentita, non ha più diritto al sortilegio del tatto: così immagino la spaventosa libertà di aver superato il corpo. Poi l'incomunicabilità, soffrono tutti di linguaggio non corrisposto: le parole non vengono sentite, sono trappole per pesci».

Nel libro cita anche Amy Winehouse, scomparsa lo stesso giorno di Dorotea, e Whitney Houston: due suicide nella realtà. Lei ha mai pensato a un gesto estremo?

«La morte è un falso mito, come dicevano i taoisti è solo un cambiamento. Gli atomi saranno riciclati, nascerà nuova vita. In quanto studiosa di Buddhismo, la frammentazione dell'io mi sta molto a cuore. Perché è così difficile distinguere vita e letteratura? Shakespeare non è un assassino, Dante è morto solo dopo aver scritto la Divina Commedia, e Flaubert quando diceva "Madame Bovary sono io" non intendeva dichiararsi transessuale. L'anagrafe dice che non sono morta, sono abbastanza sicura di abitare ancora il mio corpo, con i miei genitori ho un bellissimo rapporto. Mia madre, Elvira Seminara, è una scrittrice, mio padre non mi ha abbandonata alla nascita».

Grandi temi, parole, sagge. Avrà qualche passione divertente tipo Masterchef?

«Sto studiando lo svedese per poter vedere Bergman senza sottotitoli. Ho vissuto in tantissimi posti estremi. A Londra con dodici russi e polacchi in una villa vittoriana in disfacimento, in un quartiere silenzioso sulla collina. In Giappone a due passi dalla tomba della mia scrittrice preferita, Murasaki Shikibu, ero l'unica a portarle i fiori. In Cina la mia finestra dava su una strada sfondata, un precipizio. A Torino stavo in una casa con un buco enorme in salotto da cui entravano il gelo e la neve, con una ragazza piena di amici immaginari».