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La congiunzione fatale tra la vita e la morte

Autore: Angela Bongiorno
Testata: Letteratu
Data: 1 marzo 2013

23 luglio 2011: Dorotea Giglio, studentessa ventitreenne di Catania, decide di tagliarsi le vene nel bagno di casa. E con altrettanta determinazione prende a raccontare di questa morte, del passato che ci sta intorno, e del futuro che la segue.

Lei adesso non è più, ovvero è due cose: la spoglia donata alla vita sotterranea, e quell’io etereo che racconta e che insieme blandisce e respinge il rimorso.

Alla presenza lieve del fantasma si oppone la pesante realtà di un corpo che sottoterra comincia il disfacimento. Dorotea, in vita prossima a laurearsi in Scienze Biologiche, sceglie di tenere un diario molto personale di quella deriva corporea registrando, con precisione entomologica, la liberazione di una materia, che non vive più entro i limiti ristretti di una forma fisica, bensì partecipa dell’intero creato aprendo le ossa ed i muscoli e i nervi alle altre vite che proliferano al buio.

Ma a questa generosa esposizione del sé fisico fa da contraltare il bisogno della sua anima di permanere ancora un po’ tra i vivi: col suo vecchio datore di lavoro, che la vede nonostante la sua condizione; con l’antico amore Lorenzo, che già in vita l’aveva abbandonata; nella realtà malata di una madre, che coltiva la depressione come una pianta in vaso, che ha conosciuto già una volta il suicidio nella persona della sorella, che usa la fotografia per testimoniare le assenze ed abita case piene di polvere in condominio con gli insetti.

Dorotea riunisce, in un appello nostalgico, tutti gli attori di un dramma rappresentato nell’arco di una piccola vita, ed i luoghi muti seppur espressivi, che hanno testimoniato questo suo breve passaggio sulla terra, evidenziando il legame indissolubile, nella caducità, tra il sopra e il sotto, tra il regno dei vivi e la labile eppur densa consistenza dei morti.

E va avanti, nel doppio binario della decomposizione fisica e della ricomposizione degli affetti, in un percorso che la vede ad un tempo freddamente distante ma anche malinconicamente partecipe.

Viola Di Grado con questo suo “Cuore cavo” denuda ben più che un’esistenza:  spoglia, espone, veste  la parola, decompone frasi e ricompone concetti, disfa tele ingrigite di vecchie espressioni e ridipinge quadri di modernità, di originalità come raramente se ne vedono, e la cui scoperta provoca un brivido.

Perduti nella mole del banale potremmo non accorgerci di questa significativa scossa tellurica, di questa etneica vulcanità, che finalmente esce dalle secche di una letteratura geograficamente e culturalmente caratterizzata, per librarsi, perfetta, sopra i confini e trovare solo nella propria definizione l’identità più vera.