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Intervista a Viola Di Grado, autrice di "Cuore cavo"

Autore: Valeria Merlini
Testata: Panorama.it
Data: 1 marzo 2013

Mi chiamo Dorotea Giglio. Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa. La mattina del 23 luglio 2011 avevo venticinque anni.
Il 23 luglio, alle 15,29, la mia morte è partita da Catania. Epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano.
Arrivata all’ultima pagina, posso tirare un sospiro di sollievo. Non perché sia finalmente finito, ma perché si respira positività. Anche questo nuovo secondo libro di Viola Di Grado non lascia niente incompiuto, parla chiaro, anzi chiarissimo.
La mia prima visita a me stessa.
Finalmente arrivai alla mia lapide.
Scesi fin dentro il buio della terra. Entrai dentro il legno, nella bara chiusa, fermandomi a un centimetro dal muro del mio corpo. Eccomi, eccoci.
Cuore cavo (edizioni e/o ) è il viaggio che accompagna il disfacimento del corpo senza vita di Dorotea, che non riesce romanticamente a staccarsi dalla sua materia e ad abbandonare le sue abitudini: il lavoro, ma soprattutto la casa materna, dove la madre Greta vegeta più che vivere e appare allontanarsi dalla vita terrena più di quanto non stia facendo la figlia.
Era una liberazione, essere finalmente fuori di me: da viva passavo troppo tempo dentro di me, segregata nel freddo monolocale del mio cervello, con tutte le finestre rotte e le serrature da oleare. Soffocavo nell’aria viziata della mia infanzia, coinquilina di tutte le me del passato senza avere le chiavi di casa.
La scrittura di Viola Di Grado , come prima più di prima, è una voce assolutamente originale nel panorama letterario italiano. Fuori dal coro, dalle regole, spiazza per la sua schiettezza, originalità e disarma per la sua semplicità in cui tutto è lì, nero su bianco, le sue idee, le sue emozioni, a regalarci una storia indimenticabile. Un suicidio rivisitato, un’anima che discorre con noi e ci guida attraverso una manciata di anni a comprendere segreti taciuti, dolori mai dimenticati e una serenità ritrovata. Viola Di Grado ha fatto il miracolo.
Brava!
Eccellente!
Insuperabile!
Con timore e reverenza provo a chiederle qualcosa in più.
Settanta acrilico e trenta lana finisce con un suicidio. Cuore cavo inizia con un suicidio. Un modo per esorcizzare la morte?
Settanta acrilico trenta lana non finisce con un suicidio. E la morte non la esorcizzo, semmai il contrario: abbatto la barriera tra vita e morte, questo noioso tabù occidentale, non risparmiando alla mia analisi nessuna fase dell’esistenza. Vita e morte non come evento, ma come processo, da mosca a mosca.
Perché una descrizione così minuziosa della decomposizione del corpo? Temi il suo volatilizzarsi? Sei legata all'esteriorità, all'apparire? Descrivere minuziosamente la fine di un corpo per ricordare per sempre come non potrà più essere?
Dorotea da viva raccontava sul suo diario la sua interiorità, Dorotea da morta continua a farlo, ma in senso più letterale. Culturalmente abbiamo avuto bisogno di mettere un muro spesso tra vita e morte: il cadavere e la sua decomposizione sono tabù perché corrispondono a una fase intermedia, quindi ambigua, che mette in discussione questo muro presentando la morte per quello che è davvero: non un evento ma un processo. Io volevo abbattere questo tabù raccontando con fluidità la vita e poi la morte senza alzare rassicuranti muraglie cinesi.
Mentre Dorotea sopra la terra perde i confini dell’io, e diventa un’anima sparsa, un “fenomeno geologico universale”, sottoterra il suo corpo perde i confini, si disgrega fino a farsi cenere. Non credo alla morte, è un mito da sfatare: gli atomi si riciclano in altri esseri umani, tutto si trasforma. Sarebbe bello che ci fosse una fine. Invece si resta.
“Equivalgo a tutto il resto, come accade a chi non è più nulla. Sono una libera associazione, una figura vuota, un album da colorare. Ma anche se sono uno sguardo volatile fuori dal mio scheletro, posso tornare dentro la mia gabbia toracica quando voglio. Posso stringere il metacarpo e le falangi come quando tenersi per mano era consolante. Posso fare tutte queste cose perché io e il mio scheletro ci amiamo: siamo in una specie di relazione aperta, e io sono gelosa di tutti gli insetti, del vento e della pioggia, dei batteri anaerobi.” (cito da Cuore cavo)
Sembri una persona fuori dai cliché, dagli schemi, dai dettami come i concetti, mai banali, che esprimi. Cosa vorresti che si dicesse di Viola Di Grado?
Che sono una guerriera dell’arte.
Su Cuore cavo: cosa ti affascina di Dorotea? Quanto c’è di autobiografico in Dorotea e quanta fantasia?
Mi affascina che è un essere senza confini. Da viva percepisce il suo corpo in crescita come parte della sua stanza in disfacimento, e il suo viso sfuma nelle foto di sua madre. Da morta diventa un fenomeno geologico universale: “Il mio sangue alla base dell’Etna, sotterraneo, arginato dalla roccia. Il mio sangue che spinge da sotto gli steli e le radici delle querce. Raggrumato dentro ogni pianta, prosciugato nella bocca aperta di ogni petunia rossa. Inspirare, adesso, è vento.” (cito da Cuore cavo)
Amélie Nothomb, Virginia Woolf e la letteratura giapponese. Tu che scrittrice sei?
Più scrittrice che persona. Metto la mia vita al servizio della scrittura. Da piccola ho stretto un patto con me stessa: avrei solo scritto, non più parlato, fino all’età di 17 anni. Poi fortunatamente non l’ho seguito.
Il libro che viene a dormire con te in queste sere?
Il libro d’ore di Rilke. Poi però di notte mi sveglia.