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Gamboa e la Colombia in pasto al lettore

Autore: Giovanni Dozzini
Testata: Europa
Data: 1 marzo 2013

Se con Morte di un biografo Santiago Gamboa aveva voluto scrivere un romanzo in grado di comporre, nella pluralità delle voci chiamate in causa, una sorta di grande e sfaccettata identità sudamericana contemporanea, con questo Preghiere notturne (traduzione di Raul Schenardi, e/o, 312 pp., 19 euro) appena arrivato nelle nostre librerie l’autore colombiano sembra aver concentrato il grosso dei propri sforzi nel racconto della brutalità che ha dominato il passato recente del suo paese. La Colombia violenta e fascistoide di Uribe è data in pasto al lettore senza alcun pudore, e lì nascono vicende che potrebbero essere impossibili o inenarrabili, e che invece Gamboa riesce a tratteggiare senza mai perdere di vista le necessità del suo modo di essere scrittore: dar conto del reale e del plausibile ma senza mai ignorare le molteplici eredità della storia della letteratura. Per farlo si nutre della sua sterminata cultura e della sua esperienza personale di viaggiatore indefesso, di uomo che ha conosciuto molta parte di mondo e che ha messo radici in molti luoghi – l’ultimo in ordine di tempo è proprio l’Italia, dove bene o male fa base da più di quindici anni.
Gamboa sa benissimo che la narrativa ha bisogno di realtà tanto quanto di memoria e di spirito architettonico, e nel suo ultimo romanzo attinge a piene mani al proprio vissuto non comune senza lesinare riferimenti letterari. I suoi protagonisti hanno sempre molto a che fare coi libri, sanno citare a memoria i classici o dissertare di poesia, eppure molto spesso si trovano a dover vivere vite crude, pericolose e sporche.
Al centro di Preghiere notturne ci sono due fratelli, cresciuti nella Colombia di Uribe e scappati in cerca di una salvezza dai contorni confusi e apparentemente irraggiungibile. Finiscono in Giappone, finiscono in Iran, finiscono a Bangkok, e a un certo punto salta fuori un diplomatico – il console colombiano in India che Gamboa è stato davvero – che si prende in carico le loro sorti. Il racconto anche in questo caso è polifonico, e a un io narrante che potrebbe combaciare in tutto e per tutto con lo scrittore reale si alternano confidenze e confessioni di donne e uomini che in un modo o nell’altro sono coinvolti nella vicenda. L’intreccio è esasperato ma in fondo funziona, anche se a fronte dei molti livelli di scrittura e quindi di lettura risulta forse inevitabile appassionarsi a certi percorsi piuttosto che ad altri. Santiago Gamboa conferma appieno la sua solidità di narratore, rilanciando sul terreno del web e delle sue infinite possibilità di condivisione e di mistificazione. E il finale aperto del romanzo lascia intendere che certi fili rimasti in sospeso potranno essere ripresi in un futuro non troppo remoto.