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“L’uomo dei sogni” di Jean-Christophe Rufin

Autore: Linda Pietropaoli
Testata: Flanerì
Data: 4 marzo 2013

L’uomo dei sogni (edizioni e/o, 2012) di Jean-Christophe Rufin (tra le altre cose, il fondatore di Medici senza frontiere) è senz’altro un bel romanzo, certamente una storia appassionante e ben scritta, di sicuro anche un libro interessante, ma senza ombra di dubbio e principalmente esso rappresenta il tentativo di “disseppellire” il ricordo, nonché gli insegnamenti, di un personaggio realmente esistito, la cui memoria si perde tra le pieghe a volte impietose della Storia.
Siamo a cavallo tra il Trecento e il Quattrocento, in Francia, terra devastata dalla lunga e sanguinosa Guerra dei cent’anni che vide contrapporsi, a partire dal 1337 e per ben centosedici anni, il Regno di Francia e quello d’Inghilterra: al termine del conflitto il volto dell’Europa non fu più lo stesso. In questo spazio desolante e cupo si muove, inevitabilmente circondato nella sua Bourges dal solco di miseria, massacri e carestie che il Medioevo portava con sé, il protagonista del libro: un uomo straordinario che inseguendo un colorato e caldo sogno di libertà cambiò per sempre il volto di un’epoca.
Da figlio di un conciatore di pelli, Jaques Cœur arrivò a essere nominato argentiere di re Carlo VII e nobile, diplomatico di corte e consigliere fidato della corona, possidente e ricco a tal punto da prestare egli stesso denaro al suo sovrano. Tra i primi a intuire i veri vantaggi del rapporto con il Medio Oriente, Cœur coltivò sempre il grande sogno di allargare i confini del ristretto e opprimente, piccolo e asfittico mondo nel quale l’uomo medievale era costretto, quale bestia in gabbia.
La sua fortuna cessò con la morte improvvisa di Agnès Sorel, altro intrigante personaggio di questa vicenda, la quale, amante ufficiale del re e donna dalla viva intelligenza, aveva favorito fino ad allora il suo amico Jacques. Abbandonato dal re all’invidia e all’avidità dei cortigiani, fu accusato di crimini immaginari, arrestato nel 1451, condannato alla reclusione, i suoi beni confiscati. Nel 1454 evase dalla prigione riparando a Roma, dove papa Callisto III gli affidò la guida di una parte della flotta da lui armata contro i turchi. Jacques Cœur si ammalò durante la campagna, morendo sull’isola greca di Chio nel 1456.
Questa è la storia quale ci è stata tramandata, veritiera non sappiamo fino a che punto (non si conosce per esempio la reale natura del rapporto tra il nostro personaggio e la bella Agnès). Altra cosa invece è la lettura e l’interpretazione che di questa grande vita ci offre Rufin: dentro di sé egli sente che tutto ciò che riguardò quell’uomo nacque da un incontro fatale, quello con i suoi sogni più profondi.
«L’uomo sciolse il laccio del sacco. L’animale che ne balzò fuori aveva la taglia di un piccolo mastino [...] mi fissava con occhi bianchi come porcellana orlati da una riga netta di peli neri. Mai avevo visto un colore del genere […] L’episodio rimase isolato. Non avevo bisogno che si ripetesse per esserne definitivamente marchiato. Avevo intravisto un altro mondo, un mondo terreno e vivo, non quell’aldilà della morte che ci promettevano i Vangeli. Aveva un colore, quello del Sole. E un nome: l’Arabia […] Pioggia, freddo, oscurità e guerra non erano il mondo intero. Al di là delle terre del re esistevano altri spazi di cui non sapevo niente ma che potevo immaginare. Quindi il sogno non era solo la porta della malinconia, una semplice assenza al mondo, ma molto di più: era la promessa di un’altra realtà».
Si tratta di una ricostruzione convincente e avvincente, il cui unico neo, se ci è dato dirlo, resta la scelta del cosiddetto punto di vista del narratore, quella prima persona che sì ci trasporta, secondo il rifacimento di Rufin, dentro il diario scritto da Cœur prima di soccombere al suo destino, ma che, al contempo, appesantisce inevitabilmente la narrazione, rendendola a volte schiava dei pensieri e retro-pensieri del protagonista. Il testo rimane, nonostante ciò, qualcosa di più di una rievocazione suggestiva: esso si configura come l’incontro con un uomo vissuto davvero, anche se non nella nostra epoca, le cui vicissitudini parlano a ciascuno di noi, come, del resto, anche il suo celebre motto: «Ai cuori valenti nulla è impossibile».
In ultimo ci preme riportare, quale fondamentale chiave di interpretazione di questo libro, il proposito ultimo di Rufin: «La cosa importante, il mio unico desiderio, è che questo mausoleo di parole non racchiuda un eroe morto, ma liberi un uomo vivo».