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"Il cielo è dei potenti" - Intervista con Alessandra Fiori

Autore: Alessandra Stoppini
Testata: Il Recensore
Data: 18 marzo 2013

“Il mio futuro è iniziato con un viaggio”. Nel romanzo Il cielo è dei potenti (Edizioni e/o 2013) di Alessandra Fiori, il protagonista Claudio Bucci ripercorre il proprio passato partendo da quel volo vissuto nella “primavera del ’49 o ’50 al massimo” quando adolescente reduce da un’ostinata tosse convulsa era stato imbarcato insieme con altri ragazzini “eccitati e malaticci” su un aereo che sorvolava Roma per curare quella patologia. “Ragazzi, respirate. Respirate forte”.
Era stata quella la prima visione dall’alto della città che una volta divenuto adulto l’avrebbe visto diventare un testimone attento della Prima Repubblica. “Se c’è una cosa che mi ha tenuto in piedi sempre, è stata la smania di centrare il bersaglio prima degli altri, meglio degli altri”. A settant’anni, Claudio, complice un incontro casuale e a lungo evitato, decide di rievocare i vizi e le virtù della politica nostrana, i compromessi, i compari “accumulatori di voti”, le immancabili bustarelle e i portaborse giacché “in politica solo una cosa può essere più forte del richiamo del sesso: il potere”.

Bucci, nato nel 1936 in provincia di Roma, era figlio dell’avvocato Giovanni, “mio padre era campa e lascia campare” e della “figlia maggiore di nonno Berto, se non ricco, almeno benestante notabile di Fiano Romano”, ossessionata dal rigore, dal dovere e dal risparmio. Il ragazzo aveva presto sentito dentro di sé il desiderio impellente di scappare da quella pochezza e dall‘aurea mediocritas del padre e la politica era sembrata a Claudio la scelta migliore in quegli anni del secondo dopoguerra, dove tutto sembrava possibile, perché il peggio sembrava passato. La scelta era andata sul “partito” cioè la Democrazia Cristiana che allora “a imitazione dei comunisti” era uscita dalla parrocchia e iniziava a radicarsi sul territorio grazie alle varie sezioni. L’illuminazione per il diciassettenne Bucci nel ’52 era avvenuta durante l’ascolto del suo primo comizio al Teatro dei Satiri, dove la compagnia era al completo. Si discuteva delle passate elezioni amministrative e del fatto che “dopo aver detto no a Pio XII, che avrebbe voluto fare le liste con i fascisti, il partito non era andato molto bene”. Sul palco Agostino De Santis (il lettore si rende conto immediatamente che dietro il nome letterario si cela Giulio Andreotti), già famoso che aveva pronunciato la parola magica: rinnovamento. Da quel palco che era il nuovo pulpito, si era sviluppato “un piano capace di delimitare l’infinito orizzonte delle possibilità, sino a renderle effettivamente tangibili”. Da lì era iniziato tutto per Claudio Bucci che attraverso promesse vecchie e nuove avrebbe percorso tutte le tappe da consigliere regionale, a onorevole, quindi sottosegretario e infine ministro. Ecco dunque i palazzinari, gli anni di piombo, i craxiani anni Ottanta, Tangentopoli, il crollo della Prima Repubblica e nel ’94 l’avvento in politica di Ludovico Moroni, un imprenditore del Nord “paraculo, pragmatico, con i soldi”. Ora “il Paese che avevo conosciuto e conoscevo si sarebbe schierato con il presidente degli scudetti, dell’etere e dei milioni”.

Alessandra Fiori qui alla sua seconda riuscita prova letteraria si conferma brava, precisa e puntuale cronista del nostro recente passato raccontando la conquista della capitale da parte di un uomo innamorato del potere. Claudio Bucci in queste pagine ben scritte e orchestrate si rivela essere il fratello minore di quella generazione di uomini protagonisti della pellicola C’eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974) che dopo aver combattuto nella II Guerra Mondiale ambivano a cambiare il mondo mentre nel frattempo era stato “il mondo a cambiare noi”. Per il baldo e rampante avvocato Claudio deputato di un partito che in Italia avrebbe mantenuto saldo il potere per oltre quarant’anni, avrebbe contato solo l’ambizione perché quest’ultima “affama più della miseria”. Ne sarebbe valsa la pena? “Forse sono i ricordi a rendere le situazioni, le persone, migliori”.

Alessandra, desidera spiegarci il significato del titolo del Suo libro?
Claudio Bucci è l’ambizione. Pure se cresciuto secondo i dettami cattolici, per lui il cielo, il paradiso, il futuro, equivalgono al successo e alla conquista del potere stesso. Inoltre, il libro e la corsa di Claudio per affermarsi, per raggiungere il proprio personale pezzo di cielo, si aprono proprio con un volo in aereo sopra la capitale, da qui l’idea del titolo.

Che cosa voleva dire essere “una famiglia neanche borghese, borghesuccia” italiana negli anni Cinquanta/Sessanta?
Volevo raccontare la storia di un politico della Prima Repubblica disposto a tutto per raggiungere il potere e avevo bisogno che la sua formazione avvenisse in quegli anni. Così, ho immaginato un protagonista con una grandissima voglia di revanche sociale. Per Claudio essere borghesucci è la peggiore delle condanne, è il “vorrei ma non posso” di sua madre che la domenica si mette le volpi per andare a passeggiare in via del Corso. È la lite ostinata e continua tra i genitori per le mille lire che mancano sempre. È il “campa e lascia campare” di suo padre, un uomo buono, ottimista e fiducioso, che Claudio considera un fallito, salvo pentirsene quando sarà troppo tardi. Perché Claudio non vuole e non può accontentarsi. Claudio vuole tutto, Claudio vuole il cielo.

Nel Suo libro colpisce l’autenticità di personaggi, situazioni e ambientazioni. La figura di Claudio Bucci è ispirata a un personaggio in particolare?
Sono figlia di un ex politico e in casa la politica è sempre stata all’ordine del giorno. Da bambina mi è capitato di seguire i miei genitori in campagna elettorale e conoscere quel linguaggio mi è stato d’aiuto nella scrittura. Detto questo, il libro non racconta la storia di mio padre, come di nessun altro politico in particolare.

“Armarsi, conquistare, resistere”. Si può dire che per il protagonista la politica rappresenti lo strumento ideale di riscatto sociale?
È esattamente così. Claudio cresce tra Roma e la sua provincia con una madre devotissima, sempre pronta a distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi. Lo svago di Claudio, il suo teatro, è la messa. Il suo attore preferito è il parroco. Nel momento in cui capita nel mezzo del suo primo comizio politico, Claudio intuisce che quel palcoscenico può essere un nuovo, più potente pulpito. Inizia così a domandarsi come fare a raggiungerlo.

“Molti bei ricordi, pochi rimorsi e qualche rimpianto”. Si troverebbe a suo agio l’Onorevole Bucci in questa nascente Terza Repubblica che non ha ancora un corretto impianto costituzionale e istituzionale?
Probabilmente no. Dei meccanismi di potere descritti nel libro oggi si trova più di una traccia, ma il sistema appare ulteriormente affinato. Inoltre il potere vero mi sembra sempre più spostato oltre i confini della nostra politica nazionale.

Considerato il Suo lavoro di sceneggiatrice, se il romanzo dovesse diventare un film, quale attore sceglierebbe per la parte di Claudio Bucci?
Se penso a Claudio sogno il Sordi in Una vita difficile. Oggi potrebbe essere Carlo Verdone.

Alessandra Fiori, laureata in Lettere alla Sapienza è nata a Roma nel 1977, dove vive e lavora come giornalista, scrittrice e sceneggiatrice. Nel 2010 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Le conseguenze del caso (Piemme).