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I dieci romanzi per le elezioni

Autore: Carmelo Caruso
Testata: Panorama.it
Data: 21 gennaio 2013

Come ci piacerebbe un presidente del consiglio che convincesse Angela Merkel facendola volteggiare a passo di tango. E quanto ancora riuscirebbe a emozionarci quel leader appassionato che in una piazza gremita indica il volto spaesato di un ragazzo recitando A chi esita di Bertolt Brecht come Giovanni Ernani, il leader matto de Il trono vuoto di Roberto Andò, adesso divenuto perfino film con il volto di Toni Servillo .

Aveva ragione Albert Camus che i libri sono un modo per correggere il mondo a parole e tanto più la politica con le sue elezioni, quella politica italiana già figlia della letteratura a partire dalle prose di Cesare Abba con il suo Da Quarto al Volturno , fino alle famose Confessioni di un Italiano scritte dal tesoriere di Giuseppe Garibaldi, misteriosamente annegato (altro che i vari Luigi Lusi, Francesco Belsito) Ippolito Nievo.

Le spese il più delle volte le ha fatte la sinistra, sempre sensibile alle critiche dei propri chierici, degli intellettuali che il Pci non smetteva di convertire e reclutare. Criticata da Leonardo Sciascia in passato e a due settimane dalle elezioni sotto esame con il film di Andò che oltre ad essere l’autore de Il trono vuoto ne è pure il regista nella sua riduzione cinematografica. Leader dimezzati, rivoluzionari che hanno mancato l’appuntamento con la storia, l’attendismo e infine l’inadeguatezza della classe politica. Ma sono così i politici? E sono così soprattutto a sinistra? Per Andò sì, almeno a leggere la fuga descritta dal suo romanzo di Ernesto Oliveri, candidato del partito maggiore di opposizione, che a pochi giorni dal voto decide di abbandonare tutto per nascondersi al mondo nella cinematografica Parigi.

Lo sostituirà il fratello, un matto "con metodo" che mescolando un po’ di cultura, galanteria e spregiudicatezza riuscirà nel miracolo di far risalire il partito dal 17% al 66%. Ma qui siamo nel territorio della finzione, rispetto alla denuncia che ha segnato il romanzo elettorale e politico degli ultimi vent’anni. Ci aveva pensato Italo Calvino nel libro più meditato, ebbe a dire ad Andrea Barbato, quel suo La giornata di uno scrutatore , reportage nato da un’esperienza fatta dallo scrittore nel “Cottolengo” di Torino, un ospizio nelle mani di preti e suore tutte di fede Dc.

Storpi che votano, preferenze imposte ed estorte in nome della carità, quella carità generosamente ripagata allo scudocrociato. Fu il romanzo della denuncia e della pratica democristiana per una volta svelata non come voto di scambio, ma come pratica ipocrita. Del resto che il potere sia una pratica di doppiezza, ambiguità, lo dimostrò il più politico degli scrittori italiani Federico De Roberto prima ne I Viceré , epopea dell’aristocrazia che si trasforma e si adegua alla democrazia rimanendo sempre privilegio però, e poi con L’imperio , che non sarebbe altro che l’ascesa dello stesso personaggio inquadrato ne I Viceré, quel Consalvo Uzeda che appena giunto in parlamento cerca disperatamente di elevarsi a ministro, uscire dall’anonimato attraverso qualsiasi espediente, anche l’attentato su commissione.

Filo sottile che a distanza, dalla monarchia alla repubblica, percorre Claudio Bucci in Il cielo è dei potenti, di Alessandra Fiori, la prima forse a mettere in pagina l’apoteosi democristiana vista da un democristiano. Avvocato disoccupato, consigliere comunale fino al rango di ministro, nel mezzo le lotte intestine tra correnti, i personaggi della Roma di Giulio Andreotti e dello squalo Vittorio Sbardella, i padroni dell’Urbe e del paese prima che la magistratura li spazzasse via. E quanti libri, romanzi, soprattutto saggi hanno cercato di raccontare le elezioni, questa democrazia  No, moribondi, li ebbe a definire Ferdinando Petrucelli della Gattina, nel suo I moribondi del Palazzo Carignano , deputato al primo parlamento del 1861 e scrittore che raccontò attraverso delle corrispondenze per la Presse di Parigi il nuovo Parlamento, allora con sede a Torino.

Ed ecco il primo trasformista della monarchia, Liborio Romano che passa dalla destra alla sinistra, padre nobile dei più modesti Razzi, Scillipoti e Clemente Mastella.
Che dire dunque delle sardoniche pagine di Petrucelli della Gattina che per bocca del deputato racconta la “difficile” vita del rappresentante: "Il deputato è il domestico naturale, la serva ad ogni occorrenza dei suoi elettori", schiavo della frenetica vita da rappresentante.

Adesso, giunti alla terza di repubblica e a elezioni imminenti, non rimane forse che quel testo disperato, quel L’onorevole, sempre di Sciascia che racconta la corruzione di un uomo onesto, il professore Barbarino scelto per la sua terzietà a salvare il partito e cangiato dal partito sia nell’anima quanto nelle idee perché il "governare è come un cadere da una condizione umana a una condizione meno umana, nessuno può governare senza colpa". Tutti, tranne Sancio, governatore eletto dell’isola del Don Chisciotte che abdica come un papa, con la convinzione tuttavia di essere nudo e candido perché solo "andandomene nudo come me ne vado, è chiaro che ho governato come un angelo".