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Matteo Strukul anteprima. Regina nera

Autore: Paolo Melissi
Testata: Satisfiction
Data: 20 marzo 2013

Regina nera di Matteo Strukul, in uscita da e/o, rievoca atmosfere à la Ellroy e Lansdale, con un retrogusto remoto ma non per questo non avvertibile di E.T.A. Hoffman. C’è Mila Zago, la cacciatrice di taglie per l’agenzia segreta per la sicurezza europea, e una storia in cui si intrecciano le indagini su diversi delitti, tra cui quello della prima candidata premier italiana. In questo caso il “pugno allo stomaco” letterario ha un valore che supera la “semplice” narrazione.



«Perché l’Italia dovrebbe aver bisogno di un premier donna, secondo lei?».

Dio santo, glielo aveva chiesto davvero. “Ma com’è possibile?” aveva pensato.

«Me lo sta chiedendo sul serio?».

Le era parso naturale rispondere con un tono di assoluta incredulità.

«Voglio dire, siamo arrivati al punto che dobbiamo davvero chiederci se questo Paese ha bisogno di una donna al governo? Hanno talmente calpestato la nostra dignità e i nostri diritti che la sola idea ci pare inconcepibile? Siamo davvero a questo? Non basta che Inghilterra, Germania, Danimarca, solo per citare i casi a noi più vicini, ci abbiano dimostrato che “si può fare”? Anzi, che si deve fare?».

A quel punto le era balenato un sorriso, lo ricordava bene.

«Cos’è, non ci sentiamo ancora pronti? E quanto vogliamo aspettare ancora? Le pare che gli uomini che ci hanno governato finora siano stati così indimenticabili? Incorruttibili? Generosi? Giusti? Disinteressati? Che abbiano vera mente lavorato per il bene del l’Italia?».

«No, certo che no…».

«Appunto, ma la sua domanda è provvidenziale, perché mostra ancora una volta quanto noi donne siamo divise e poco consapevoli della nostra possibilità di fare squadra, di essere in grado di batterci assieme…».

Dio, se l’era mangiata viva quella maledetta stronza tutta labbra e tette. Poi, per fortuna, era riuscita a dire due parole sul proprio programma di governo, sulle proposte per il rilancio dell’economia, sul le modifiche che immaginava per il sistema giustizia. E poi sulla necessità di sburocratizzare il Paese, di dare respiro alle imprese di minuendo il cuneo fiscale, e di istituire maggiori garanzie per i lavoratori, soprattutto per quelli precari.

Un fiume in piena. E quello avrebbe dovuto essere, da quel momento in avanti: un fiume in piena Non c’era alternativa. Aveva imboccato la sua strada. Sola andata. Adesso era troppo tardi per fermare tutto. Il taxi era comodo. Sedili in pelle, una musica profonda e piena di bruma che riempiva l’abitacolo come una promessa di pace.

Tom Waits, Georgia Lee.

Giulia aveva gli occhi semichiusi, accoccolata di lato, la guancia sullo schienale.

Laura annusava l’aria profumata, allungava le gambe magre e stanche per quanto le permetteva il sedile. Dritte fino allo Sheraton, poi una notte di riposo assoluto. Pregustava la carezza delle lenzuola pulite, bianche e fresche. Si lasciò andare, la nuca appoggiata all’indietro. Il tassista guidava tranquillo. Aveva capelli scuri attorcigliati come serpenti e una barba ferrigna lunga una spanna. La pioggia sbavava sui finestrini come saliva ghiacciata. Il nero del cielo era inchiostro che cadeva giù scolorando di piombo la volta celeste.

La voce cartavetrata di Rod Stewart a scavare le note di Maggie May. La testa pesante, la percezione della realtà che pareva liquefarsi, scivolare via in gocce di mercurio scintillanti. Si obbligò a darsi un contegno. Provò a mettersi seduta, assumendo una posizione più composta. Nel frattempo Rod scandiva la seconda strofa.

Girò la testa verso Giulia, crollata sull’altro lato del sedile. La lasciò riposare. Guardò fuori dal finestrino. Stavano passando in quel momento sotto il led del casello. Il suono del telepass. Lo Sheraton era lì, sul lato sinistro, che le aspettava. Il tassista imboccò lo svincolo e si reimmise sul lato opposto, in

direzione dell’hotel. Ma proprio quando stava per arrivare allo Shera ton svoltò a destra, verso la zona industriale.

«Ehi!» fece Laura, quasi sorpresa del proprio tono, un misto di asprezza e delusione. Il tizio alla guida parve non sentirla. Anzi, procedette senza esitazioni, addentrandosi nel dedalo di capannoni.

«Si può sapere cosa sta facendo?». Laura sentì la sua voce acquisire una tonalità quasi isterica, già venata di paura. Il tassista si girò. Sollevò il labbro in un sorriso, esibendo una corona di denti d’oro. Non disse niente.

Gli occhi chiari, lampeggianti sotto la matassa scura dei capelli, le fecero venire i brividi.

Una cascata gelida di puro orrore le si rovesciò lungo la spina dorsale. Portò la mano sulla portiera, cercando nervosamente la maniglia. Niente. Trovò solo la stramaledetta imbottitura dello sportello. E proprio in quel momento, da una fenditura sul fondo dell’auto cominciò a salire rapidamente un vetro molto spesso.

«Mamma, che succede?».

Giulia si risvegliò improvvisamente dal suo torpore. Laura non riusciva a crederci. Era spaventata, sorpresa. Terrorizzata. Si aggrappò con le mani al vetro che saliva, le unghie strisciavano sulla superficie perfettamente liscia. Le sue parole, ora grida, rimbalzavano sul cristallo lasciandovi chiazze di saliva.

Giulia non capiva, ma aveva paura. Si tappò le orecchie per attutire le grida isteriche della madre.

«Che cazzo fa? Bastardo!» inveì Laura. «Ci faccia scendere, pazzo maniaco». Ma il tizio si limitò a sollevare il medio, continuando a guidare.

«Cos’è che vuole? Soldi? Posso darle molti soldi». Laura cominciò a rovistare nevroticamente nella borsa.

«La prego, ci lasci andare!» urlò Giulia, che parve rendersi conto della situazione solo in quel momento. Prese a tempestare di pugni il vetro, che risuonava sordo sotto i suoi colpi. Tonfi attutiti, compatti, inquietanti.

Intanto la città scivolava intorno a loro: i palazzi nuovi in vetro-cemento, le banche, un mercato ortofrutticolo. Il taxi s’immise in corso Spagna, lo percorse e svoltò in via Messico. Laura non conosceva la città e il terrore le impediva di ragionare. Eppure sapeva bene di doversi mantenere lucida se volevano uscirne, intrappolate com’erano dentro quella scatola metallica, sequestrate da un maniaco in una città completamente deserta, affogata nelle ombre di una notte senza stelle e senza speranza.

Proprio quando riuscì a trovare un frammento di lucidità, il taxi si fermò.