Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Caro padre ti uccido

Autore: Maria Simonetti
Testata: L'Espresso
Data: 22 marzo 2013

Una rivolta contro i padri. C'è anche lo scontro generazionale nella "valanga Grillo", se quasi la metà di quelli che hanno votato per il Movimento 5 Stelle sono ragazzi. Ed è un tema, quello dell'opposizione e dell'incomunicabilità tra generazioni, che si respira in alcuni romanzi appena usciti. Protagonisti in fuga dalla famiglia, che rifiutano la maternità e le proprie madri inette, assenti e asservite: fino all'uccisione del padre, più o meno simbolica. Come sempre la letteratura rispecchia la realtà, quando non l'anticipa. Sarà una coincidenza, ma la et al./Edizioni ha appena ripubblicato "Sputiamo su Hegel", manifesto per la liberazione della donna e Bibbia del neo-femminismo, scritto negli anni Settanta dalla critica d'arte Carla Lonzi con il gruppo di Rivolta Femminile. Vediamoli dunque, questi romanzi scritti da giovani esordienti come da ragazze adulte. Fuga dallo zoo. Il più duro, "Anatomia della ragazza zoo" (Il Saggiatore), è firmato da Tenera Valse, strambo pseudonimo di una quarantenne di Taranto che, dopo aver fatto studi classici a Bari e insegnato latino e greco nei licei di Roma, ha mollato la scuola per una «esperienza prostitutoria», come la chiama, teorizzando quanto è liberatorio fare sesso a pagamento (ne è nato il memoir "Portami tante rose", edito da Cooper nel 2001). Adesso Tenera pubblica "Anatomia", storia estrema molto autobiografica della ragazza Alea e della sua famiglia meridionale piccolo borghese. Una famiglia zoo, tre figli come cagnolini ammaestrati dal padre rancoroso e tirannico ma potente totem politico, con una madre all'insieme vittima e carnefice: da qui scappa Alea per intraprendere un viaggio in se stessa, che è come una dissezione anatomica. Finché questa lotta all'ultimo sangue con il padre, «che prendeva l'aspetto di una contesa soprannaturale, antichissima e impari», si concluderà nel sangue.

A dispetto del noir a tinte fosche che ha ben calibrato con una scrittura colta e fantasiosa, Tenera è una dolcissima e accogliente artista di "crossing art", incisore e pittrice grafica su tele e arazzi che arredano lo spazio sottoterra dove vive, al centro di Roma, che lei chiama ironicamente loft, dove il sole non batte mai, luccicante di specchi e velluti. Il suo trasformismo ha incuriosito la regista Wilma Labate, che a giugno girerà un film (anche) su di lei.«Siamo tutti ragazzi zoo», spiega Valse, «costretti in gabbie che si chiamano famiglia, scuola, vita sociale. Sei zoo quando non hai un pensiero critico, quando non sei riuscito a slegarti, a liberarti da un padre». Viva la nonna. Un'altra eroina in fuga da una famiglia anaffettiva e opprimente è Anna, protagonista de "Il primo gesto", romanzo d'esordio della 35enne genovese Marta Pastorino, su cui scommette Mondadori per il 2013. L'inizio è choc: Anna partorisce e abbandona per sempre in ospedale il suo bambino nello stesso giorno in cui Maria, l'anziana cui fa da badante, muore. Anche Anna cerca una liberazione, che troverà quando il nipote adorato di Maria la inizierà alla tecnica della "danza sensibile", decostruzione consapevole del corpo per una rinascita totale. Sua madre è oltrepassata, cancellata («Sapevo, guardandola, che lei non mi avrebbe cercato se non l'avessi fatto io», pensa Anna andando via di casa): la persona a cui deciderà di svelare il segreto della sua maternità, invece, sarà alla fine una nonna. «C'è una grande solidarietà transgenerazionale oggi, gli anziani sono portatori di saggezza, ci trasmettono storie e sensazioni altrimenti perdute», dice Pastorino. «Nel mio romanzo il mito della buona madre cade, non c'è stata cura nel crescere i figli, Anna è sbandata e isolata. Troverà sostegno nell'amicizia con una ragazza straniera, e in sua nonna». Anche Pastorino è cresciuta con una nonna: oggi vive a Torino con il marito artigiano del vetro e un bimbo piccolo, e collabora con i laboratori di scrittura della scuola Holden. Mi taglio le vene.

È la famiglia in senso stretto dunque, quella di due o un solo genitore, a segnare in questi romanzi il luogo del conflitto, del dolore, dell'incomunicabilità. Come quella che mette in scena Viola Di Grado, sorprendente 25enne nata a Catania che, vinto il Campiello Opera Prima nel 2011 con "Settanta acrilico trenta lana" (Edizioni e/o), pubblica oggi con la stessa casa editrice "Cuore cavo", sequel ancora più inquietante. Se nel primo romanzo la protagonista Camelia insegue invano l'affetto di una madre depressa, che fotografa ossessivamente i buchi e comunica con lei a sguardi , "Cuore cavo" comincia direttamente così: «Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa. Il 23 luglio, alle 15,29, la mia morte è partita da Catania. Epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano, i seni piccoli, gli occhi gonfi, l'encefalo tramortito...». Se Camelia uccideva con efferatezza l'amante della madre finalmente guarita - un padre in fieri? - la 25enne Dorotea di "Cuore cavo", dopo essersi tagliata le vene nella vasca da bagno di casa (di mamma), torna nel mondo dei vivi da "neo morta", categoria di trapassati che conversano amabilmente , fanno gossip («Ti ricordi di quella mora con le lentiggini? È morta di leucemia»), organizzano cene mondane («Ciao, mi ha dato il tuo numero un ragazzo morto d'overdose»). Alla sopravvivenza dell'anima fa da contrappunto l'accuratissima descrizione del processo di decomposizione del corpo, vermi e mosche necrofore, capelli che cadono, ossa marce, batteri anaerobi e scheletri putrefatti. Spiega Viola Di Grado di aver voluto approfondire in modo estremizzato l'incomunicabilità tra madre e figlia, rompendo allo stesso tempo il tabù della morte. Curiosa ragazza, la Di Grado. Per la sua scrittura tagliente, choccante e necrofila - e anche per il look ispirato all'artista islandese Björk - è stata definita «dark come Amèlie Nothomb». Eppure ha avuto una infanzia idilliaca, figlia di Antonio Di Grado, italianista, uno dei massimi studiosi di Sciascia, e di Elvira Seminara, scrittrice e giornalista: «Una madre supercreativa che inventava per me favole meravigliose e che mi ha educato a una visione trasformativa del mondo», la descrive. Un genietto, la piccola Viola. A quattro anni inventava giochi da tavolo e scriveva storie. E di che parlava, il suo primo racconto? Di un orso che tentava, ripetutamente, di suicidarsi.