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"Il cielo è dei potenti" di Alessandra Fiori

Autore: Cristiana Saporito
Testata: Flanerì
Data: 25 marzo 2013

Non è un buon momento per parlare di politica. Forse perché da troppo parla da sola. Gorgogliando lamenti e rivendendoli al triplo del prezzo di costo. Spacciandoli per sensi compiuti. E soprattutto, perché parla senza più nessuno davanti alla sua bocca. Gli altri sono intorno, ad additarla ridacchiando, a stendere distanze. A ricamare diffidenze. Gli altri sono altrove. Ma la storia della politica non è quella di un fantasma. È la nostra stessa pelle, che ogni giorno cerca di grattarsi. È la storia di un Paese e dei suoi inganni, quella confluita nel romanzo di Alessandra Fiori Il cielo è dei potenti (E/O, 2013).
Il nome per tutti è quello di Claudio Bucci, onorevole esponente della Prima Repubblica, partito dal basso, partito da poco. Dalle campagne di Fiano e dal fortore di caciotte. Da un padre avvocato di cause microscopiche e mai retribuite. Da una madre di legno, con le mani di spigoli che bucano ogni possibile carezza. E qualcosa d’ indomabile cresce assieme a lui. Una fame viscerale, fermentata nelle code sulla Via del Mare, nelle partite di calcetto davanti alla parrocchia. Un istinto che lo porta lontano dall’università e addosso ai Comitati Civici. Claudio ha la sua vocazione, una spinta fideistica che lo proietta in alto senza cercare Dio. Forse per sentirsi tale, per guardare il mondo come si fa da un satellite. E la politica ha la forma di una fiaba, un’avventura circense e pirotecnica in cui conquistare applausi e spazi.
Si accosta al Partito maiuscolo, quel Centro magnetico in cui converge mezza Italia. Prima comincia dalle sezioni minori, perché il suo moto periferico vuole virare lontano da se stesso. Il viaggio è lungo, il viaggio è tortuoso, passa per Milano prima di tornare a Roma, dove pulsano i muscoli di chi comanda. E Claudio scopre in fretta le tappe obbligate, gli ingranaggi, i linguaggi, i riti più o meno conclamati di quell’habitat: imbussolamenti, tessere, correnti. Un ciclopico gioco dell’oca in cui aspettare il proprio turno, per rilanciare il dado e ingoiare più caselle. Claudio scalpita, freme perché non si accontenta, perché il primo sorso lo asseta più del digiuno. Una prima elezione, una prima vittoria, sono l’antipasto di un pranzo sempre troppo magro. Il suo nome deve palpitare, rimbalzare ovunque, colonizzare giornali e tv.
Certo, ci vuole anche l’amore per condire la vita. E quello si affaccia prestissimo, frusciando nel cotone di un vestito estivo, gocciando in un gelato da passeggio. Claudio s’innamora di Giuliana, che sogna di fare la cantante e che poi si fa bastare di essere sua moglie, di alimentare la sua brama espansionista. Lo ama e lo sostiene, gli tocca la fronte mentre la febbre sale. Ma anche lei finisce per scottarsi la mano e perde di vista la temperatura di suo marito. Che s’impenna, oltre i numeri e il corpo. La corsa all’oro continua, sono gli anni urlanti di piombo, quelli in cui il comunismo mostra i denti vampireschi e innesca lo spasmo del controllo. Un sistema che protegga la democrazia. E ancor di più se stesso. Con strati di appoggi, favori di scambio, meccanismi occulti che sorreggano la quiete.
Il suo grande progetto si tramuta in un gorgo, un girone dantesco in cui ciò che conta è contare di più. Un seggio in Parlamento, un’etichetta di sottosegretario, sono quelli gli obiettivi che gli riempiono il sangue, che legittimano l’essenza della sua circolazione. Anche a costo di un attentato, del freddo alle gambe sopra l’asfalto, di qualche aggancio scomodo, di una loggia inquietante, di una famiglia persa per strada. Perché si può tradire tutto, tranne l’avidità. Il potere arriva, assieme ai soldi, ai sorrisi, alle voci che leccano e a quelle che implorano. Alle amanti che sporcano la fedeltà. Ma non è mai sufficiente. E del bene comune teoricamente alla base della vita politica non resta che la moneta di qualche discorso da spendere bene.
Il romanzo è la commedia del comando raccontata dall’interno, la parabola strozzante di un uomo seduto nella stanza dei bottoni che rappresenta se stesso e un’intera classe di governanti e governati, costretti a riflettersi gli uni negli altri. E nel Paese che hanno eretto e distrutto nel valzer di leggi e violazioni infinite. C’è più da riconoscersi che da stupirsi, c’è il ritratto asciutto e stringato di un popolo scaltro e arraffone rifugiato dentro un nome soltanto, immolato sul foglio a pagare per tutti. Ironico, tagliente, cinico e leggero al tempo stesso, il libro inchioda a una domanda ineludibile: la Storia è destinata a ripetersi o forse i potenti che gonfiano il cielo sono anche quelli capaci di lottare perché non piova soltanto su alcuni? La scommessa, come la letteratura, resta sempre aperta.