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We are family, Fabio Bartolomei

Autore: Andrea Geloni
Testata: Interno 2
Data: 26 marzo 2013

Prodigio, sostantivo maschile: evento, fenomeno che appare magico, soprannaturale. Ma anche Fatto, opera o cosa che riempie di stupore e ammirazione per il suo carattere eccezionale, stupefacente; chi appare fuori dell’ordinario per doti o virtù. In funzione di agg. inv. nelle locc. bambino, ragazzo p., che dimostra una straordinaria precocità intellettuale.

Ecco, questo We are family, terzo romanzo di Fabio Bartolomei (Edizioni E/O), è pieno di prodigi. E a raccontarveli, anche solo per farvi venire voglia di leggerlo, rischio di guastarvi la sorpresa e il piacere delle parole di Bartolomei.

Dico solo che Almerico (detto Al, per fortuna) Santamaria è un fantastico supereroe anni settanta, destinato a salvare il pianeta – e non è detto che non ci riesca.  A guardare la cosa con occhi oggettivi, da adulti disillusi, quelli che quando giocano – se giocano –  stanno attenti a non sporcarsi, Al è solo il secondogenito di una famiglia piuttosto disagiata (sento Al che ride mentre scrivo “disagiata”), un nucleo familiare monoreddito, dopo la morte della nonna, che fatica ad arrivare a fine mese nonostante il boom economico che sembra non accorgersi di loro. Visto da dentro, con gli occhi di Al, la famiglia Santamaria è un paradiso di privilegi e di meraviglia. E man mano che te lo racconta, ti viene da dargli assolutamente ragione.

Due cose sono davvero rimarcabili (scusa, Al, anche per “rimarcabili”). La prima è la grande bravura di Bartolomei nell’incasellare tra i ricordi di Al i nostri ricordi, con precisione impeccabile, dettagli di attualità che aprono uno squarcio su come eravamo già brutti quando eravamo giovani. È un modo incantevole di raccontare quegli anni proprio perché del tutto disincantato.

La seconda: un bambino prodigioso poi cresce, e Bartolomei lo aspettavo al varco perché tanti personaggi letterari crescono malissimo – ma del resto è così che va di solito anche tra noi creature di carne. Invece il modo in cui cresce Al è strabiliante. E tutte le persone che tocca se ne accorgono. Al e sua sorella – complice e innamorata emissaria del mondo “reale” – regalano al mondo pezzi d’insensatezza e di stupore che non fanno di Al un paladino di un mondo più giusto, ma il fiero ambasciatore di una diversità che è ricchezza, orgoglio e risorsa.

Ho letto questo libro in giorni piuttosto tristi e confusi. Ho idea che Al lo sapesse. E come al solito, ha salvato il mondo.

Si ride assai, specie nella prima parte. Poi ci si rende conto di far parte di un gioco più solido e sostanzioso. Io azzardo. Per il nulla che conta la mia opinione, Al Santamaria è il quarto dei Nostri Antenati. Se potessi dirglielo, indipendentemente dalla veridicità di quanto affermo, credo che annuirebbe vistosamente.