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I personaggi? Anche irreali purché siano emozionanti

Autore: Paola Romagnoli
Testata: Stilos
Data: 11 settembre 2007

Il mondo osservato con gli occhi di una ragazzina di dodici anni, figlia di un deputato, capace di ragionamenti e considerazioni sulla vita che ci si aspetterebbe da chi ben più ha vissuto. Ma la finzione letteraria può tutto, e la si asseconda volentieri. E d’altro canto la giovane mette in guardia sin dalle prime pagine: “Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso”.
Le vicende di un condominio borghese di una Parigi attuale, al 7 di rue de Grenelle.

E soprattutto una lezione sulla letteratura come passione che dà ossigeno all’esistenza, la anima, la affolla di personaggi, di luoghi, di ricordi, di profumi, di scorci che rimangono addosso come se fossero davvero parte dei propri giorni.

Tutto quel che leggiamo e abbiamo letto compone via via una sorta di puzzle di noi stessi, arricchendo lungo la via. Solo gli animi aperti e leali possono essere premiati nella vita dalla capacità di comprendere il bello. Libri, dipinti, e la musica, come l’opera ‘Didone ed Enea’ di Purcell che Renée ascolta rapita.

Conducono il gioco Paloma, ragazzina che ha deciso di suicidarsi il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, e fino a quel giorno registra tutto in due quaderni lucidi e determinanti. E Renée, per i condomini Madame Michel, la portinaia, che a dodici anni, invece, abbandonò la scuola per aiutare i genitori nei campi. Un personaggio quest’ultima a cui la consuetudine distratta del pensiero comune stenterebbe a riconoscere capacità di pensiero, figuriamoci di appassionarsi alle arti.

Questa la bizzarria di Renée, consapevole, che per non scomodare lo stupore dei condomini nasconde le proprie inclinazioni e recita la parte della portinaia ‘perfetta’, quella che strascica le pantofole e si assuefá alla televisione, dedita a ritirare buste e innaffiare piante sui pianerottoli.

I destini di Renée e di Paloma si incrociano inevitabilmente, animi affini che trovano il punto di contatto e colorano le pagine del romanzo di Muriel Barbery L’eleganza del riccio, tradotto in italiano da Emanuelle Caillat e Cinzia Poli per le edizioni e/o. Romanzo che in Francia ha scalato le classifiche e ha conquistato tra l’altro il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.

In un condominio francese non può mancare il barboncino d’ordinanza, icona della borghesia d’oltralpe che la Barbery canzona deliberatamente.

Altri i cani tra i pianerottoli, ma soprattutto gatti, compagni morbidi delle esistenze più sensibili, come quelli di Paloma (Constitution e Parlement), e di Renée che lo ha battezzato nientemeno che Lev, in omaggio a Tolstoj. Poco più su, al quarto piano, si incontrano i mici Levin e Kitty (guarda caso i protagonisti di Anna Karenina, di Tolstoj), del nuovo inquilino giapponese Kakuro Ozu, capace di cogliere la particolarità di Renée e di lasciarsi conquistare.

Si sorride grazie all’ironia pungente di Madame Michel che a tratti impietosisce, anche, con i suoi ricordi di un’infanzia dolorosa, di un prima che appartiene a giorni in cui rue de Grenelle era un miraggio sconosciuto. Indirizzo dove ora vive da ventisette anni e in cui Renée racchiude il proprio universo, in cui ha condiviso i giorni del matrimonio con l’ormai scomparso Lucien.

E dove scopre i fili delle amicizie vere, quelle che la solitudine se la lasciano alle spalle a grandi passi. Come quella con Manuela, donna a ore nelle case dei ricchi dei piani superiori, complice di abbondanti tazze di tè e dolcetti fatti in casa.

Il resto è una desolazione di piccolezze, di persone che vivono porta a porta e sono inasprite dall’ipocrisia imperante, intente a difendere il proprio status, compresa la depressa svampita, la superba rancorosa, la giovane vestita-da-povera che tanto fa tipo.

E un figliol prodigo tardivo (a padre ormai trapassato) che da drogato si ripresenta a una Renée piacevolmente sbigottita per chiederle il nome di un fiore. Sono le camelie, che ben si situano in questa favola moderna con tanto di morale sulle corde dei sentimenti.

Non vissero tutti felici e contenti, alfine, ma per chi nella vita sa aprire il cuore, ci dice la Barbery, rimane viva la speranza che cambiare destino sia sempre possibile. Cosa che per tutti quelli che si sentono relegati in un’esistenza da retrovia non è certo poco. Una versione filosofica, forse, del finale in rosa con bacio e principe (d’altro canto l’autrice insegna filosofia).

Anche il Giappone è uno dei protagonisti di questo libro in cui il tè e la compostezza di quelle latitudini lasciano traccia lungo le pagine. Non a caso, come svela l’autrice che Stilos ha intervistato.

Partiamo dal titolo, curioso: perché la scelta del riccio?
Il riccio è un animale acuminato fuori, ma dolce all’interno… Scrive Paloma nel suo quaderno: “Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.”

Nel suo libro ci sono molti cani e gatti e rivestono un ruolo importante nelle vite dei rispettivi padroni. Pensa che gli uomini abbiano qualcosa da imparare dai loro amici a quattro zampe?
Penso che in primo luogo gli uomini sono animali! Civilizzati, ma pur sempre animali. Se possiamo vivere con degli animali domestici, e capirli, è perché condividiamo le stesse condizioni. Ci sono certamente molte differenze tra lo stile di vita del genere umano e quello delle bestie, ma siamo tutti organismi, creature biologiche, perduti in un mondo immenso e selvaggio…

La comunità che nel suo romanzo abita al 7 di rue de Grenelle sembra rappresentare i comportamenti di un universo molto più ampio, è così?
E' un microcosmo, e molti comportamenti possono essere effettivamente considerati rappresentativi. Ma è un romanzo, e una sorta di favola, e forse qualsiasi generalizzazione appare inappropriata. In Francia diversi commentatori hanno letto in questo libro una critica sociale, e qualche volta persino come fosse un programma politico! É invece una satira e tra l’altro non è questo, a mio parere, l’aspetto principale del libro.

Per Renée letteratura, arte, cinema e musica sono vitali. Come ha scelto di giocare sul collegamento tra origini sociali e passioni in proporzioni opposte?
Il personaggio di Renée è nato da una sola intenzione: difendere l’idea che la cultura non è proprietà esclusiva di alcuni, bensì di tutti. Ho fatto molte ricerche sull’argomento e mi sono stupita nel dover prender atto che molti dei miei colleghi sembravano credere che cultura e conoscenza fossero appannaggio della loro casta.

“Dovrei fare il medico? O la scrittrice? In fondo è un po’ la stessa cosa, no?”, scrive Paloma nel suo quaderno. Possiamo dire che la letteratura ha in sé una sorta di potere curativo?
Nel mio caso, spesso, grazie al leggere e allo scrivere. Ricordo perfettamente il pensiero che ho avuto al termine della lettura del mio primo libro, da bambina, che non era neanche particolarmente brillante: se ci sono persone che scrivono così, la vita può essere accettabile.

E' possibile che una dodicenne sia così saggia?
Non lo so, e non mi importa. Credo fermamente che l’essenziale in letteratura non sia la verosimiglianza bensì l’adeguatezza. Perché si dovrebbero scrivere delle storie se fosse solo per riprodurre la realtà? Ho comunque incontrato nella mia esperienza ragazzi molto precoci. E quando scrivevo non ero preoccupata di dover rendere il personaggio di Paloma probabile, bensì emozionante.

Nella critica che Paloma rivolge al mondo c’è, tra l’altro, una nota molto negativa nei confronti della psicanalisi. Perché ha scelto di introdurre questo tema? É d’accordo con il pensiero della protagonista del suo libro?
Paloma è molto negativa nei confronti di un certo tipo di psichiatra, è molto importante sottolineare ciò. Il mio è naturalmente un romanzo e non un saggio sulla psicanalisi. Lo strizzacervelli della madre di Paloma è un lacaniano, e uno dei peggiori. Ovviamente non tutti i terapeuti sono così. Io stessa sono sposata a un ex psichiatra che oggi preferisce definirsi un terapeuta. Ha preso le distanze dalla psicanalisi, ma non l’ha rinnegata. Così io.

Si beve molto té nelle sue pagine, bevanda amica tra amiche, un buon modo di condividere del tempo con qualcuno. E il Giappone è molto presente. Cosa la attrae di quel Paese e della sua cultura?
Sto partendo per Kyoto e ci rimarrò un anno. E certamente il té è nei miei programmi. Il Giappone è una passione di lunga data a cui mi ha introdotta mio marito. Sono affascinata dall’asceticismo giapponese, dai loro giardini, dallo Zen, da questa cultura così strana e differente dalla nostra.

www.paolaromagnoli.it