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Cose da DC: uno schiavo del potere nella prima Repubblica

Autore: Matteo Massi
Testata: Il Resto del Carlino
Data: 31 marzo 2013

Le caciotte. Non è un libro sui formaggi, eppure le caciotte, quelle di Fiano Romano, tornano ripetutamente ne «Il cielo è dei potenti» di Alessandra Fiori (Edizioni e/o, 18 euro). Claudio Bucci, il protagonista del romanzo, è ambizioso: dal profumo o dall'olezzo—a seconda dei gusti — delle caciotte vuole affrancarsi. Ecco la politica. Eil partito di maggioranza. È la Democrazia Cristiana, anche se la Fiori nel suo libro non la nomina mai. C'è un lessico che sembra essersi perso nella notte dei tempi: correnti, imbussolamenti e campagne di tesseramento. E ci sono anche immagini sbiadite, in bianco e nero: capi delegazione con la lista dei sottosegretari piena di cancellature che salgono e scendono piani con l'ascensore. È roba da Prima Repubblica. Ma non è un capitolo chiuso. Soprattutto per una scrittrice come Alessandra Fiori che era adolescente, quando la Prima Repubblica e la Democrazia Cristiana emettevano gli ultimi respiri. A 36 anni ha deciso ora di raccontare l'ascesa pubblica e la caduta, anche privata, di un politico.

Nel libro, come ne «Il Romanzo criminale» di De Cataldo, si rischia di farsi divorare dalla curiosità di riconoscere immediatamente quale personaggio in carne e ossa si cela dietro a quello di fantasia creato dalla Fiori. Meglio allora iniziare subito dal protagonista: quel Claudio Bucci sembra, è, in tutto e per tutto, il padre di Alessandra, quel Publio Fiori, democristiano di lungo ministro che diventerà ministro nel primo governo Berlusconi, dopo essere passato ad Alleanza Nazionale. Quanto l'hanno influenzata i racconti di suo padre per questo romanzo?
«Il giusto. È chiaro che in casa si è sempre respirata quell'aria. Ma lo scatto decisivo è avvenuto al liceo. Frequentavo il "Mamiani" a Roma ed era una scuola molto politicizzata e lì ti dovevi per forza schierare. Poi ho fatto un po' di ricerche negli archivi su quel periodo e il resto l'hanno fatto alcune interviste che avevo realizzato ai politici».

Ma perché la Prima Repubblica ha ancora questo potere di fascinazione così forte, anche nei confronti di chi non l'ha vissuta?
«Perché ancora ce la portiamo dietro, anche se non ce ne rendiamo conto, nelle vicende di tutti i giorni. Un esempio: quando abbiamo bisogno di cure mediche immediate, la prima cosa che chiediamoè "chi conosciamo?". Le conoscenze come soluzione immediata per i nostri problemi sono un retaggio della Prima Repubblica».

Questo romanzo fa pensare al "Todo Modo" di Sciascia e a quello cinematografico di Petri. Si parla di Democrazia Cristiana, senza mai pronunciarne il nome,malavorando molto sui personaggi. Che a volte diventano quasi delle "macchiette".
«È il potere del romanzo. Io non avrei mai potuto scrivere un saggio sulla Dc. Questo libro delinea i personaggi, non necessariamente li deforma, ma rende uno spaccato di quell'epoca. Anche senza essere un romanzo storico».

Suo padre l'ha letto?
«Sì, è un democristiano. E alla fine si è fatto una bella risata».

In questo libro ci sono anche un paio di episodi che hanno segnato la carriera politica di suo padre. Come quando fu gambizzatodalle Brigate Rosse.
«L'attentato non posso ricordarmelo, perché avevo appena due mesi. Ma ho voluto raccontarlo nel libro per esorcizzarlo in qualche maniera. Quell'attentato è stato uno spartiacque e la paura in casa ha continuato ad aleggiare per anni».

L'hanno candidata allo Strega, un premio che si annuncia con più polemiche del solito. L'ultima quella dello scrittore Emanuele Trevi.
«Sono contenta e la vivo tranquillamente questa storia. D'altronde che Strega sarebbe senza polemiche. Mi fanno solo sorridere le dichiarazioni di voto a priori di persone che dicono di volersi far da parte dallo Strega».

Anche questo un retaggio da "Prima Repubblica"?
«Probabile. Chissà».