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Cuore cavo, Viola Di Grado

Autore: Angelo Mattone
Testata: A Sud d'Europa
Data: 6 aprile 2013

" Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa." È questo l'incipit del nuovo romanzo di Viola Di Grado, Cuore cavo, edizioni e/o, euro 16,00.

I lettori che avessero seguito al suo esordio la giovane narratrice catanese si troveranno sorpresi nel trovarsi di fronte una novel, nel pieno significato joyciano, che racconta la vita attraverso la morte, giacché la scelta precedente, Settanta acrilico e trenta lana, poggiava tutta sulla destrutturazione del segno. Mai, emozioni e sentimenti di Dorotea Giglio, assoluta protagonista della storia, cedono campo a reazioni indifferenti o banali, prive della linfa vitale che impregna di sé l'intera struttura narrativa; tracce così vivide e autentiche in una narrazione di morte, difficilmente sono rintracciabili nella letteratura degli anni uno del secondo millennio.

Il plot, come nella scelta operata nel romanzo precedente dalla Di Grado, ha una sua lineare secchezza, ma, nel caso della "discesa agli inferi" della protagonista, in Cuore cavo, si avvale dell'espediente letterario dell'incorporeità per dare alla narrazione la profondità del presente e del passato; ne vien fuori un racconto ironico, metafisico, solipsistico, in cui l'innovazione linguistica, avvertita, di graduale impiego, è funzionale alla storia di una ragazza venticinquenne, appunto Dorotea Giglio che il 23 luglio del 2011 si è suicidata nella vasca da bagno di casa sua, recidendosi le vene. La forza della narrazione sta proprio dentro questo concetto di morte violenta, che, anziché esaurirsi nell'urlo, nell'orrore e nella pietà che il gesto autolesionistico, indirizzato alla privazione della vita, suscita universalmente, sposta l'asse intorno allo spettro che si aggira per la casa materna, per le vie della città, Catania, per l'Europa, Londra segnatamente, alla ricerca del proprio passato, "... in fondo al fiume Cassibile, dov'è annegata Lidia" . Greta, Clara, e Lidia sono sorelle, la prima è la madre di Dorotea, la ragazza suicida, la seconda, Clara, avrà anche lei una figlia, che chiamerà Dorotea, la quale sarà il doppio della protagonista, e, come costei non conoscerà il padre, Lidia è ancora lì, prigioniera nel greto del fiume. Lorenzo e Alberto, i due ragazzi, che accompagneranno Dorotea, da viva e da morta, il primo avendola lasciata a causa di una depressione devastante, il secondo, essendo fuggito all'abbraccio troppo stretto del fantasma di Dorotea, sono a tutto tondo dentro la narrazione, personaggi delineati, insieme a Mario, il proprietario della cartolibreria, dove lavorava da viva e continuerà da morta, la protagonista; infine Anna ed Euridice, la prima una donna sessantaseienne morta d'infarto, la seconda una "romanziera defunta", che, al momento del suicidio, "...stava scrivendo un romanzo di fantascienza" sono compagne di scorribande di Dorotea nell'aldilà, anche se l'oggetto delle loro attenzione è esclusivamente il mondo dei vivi!

L'ambientazione, tra Catania e Londra del romanzo,Trecastagni, la casa avita, via Crispi, la villa Bellini, il mare di Costa Saracena, il Royal Albert Hall, Oxford Street, è funzionale al racconto, che si sviluppa in luoghi che sono simboli universali; i doppi, l'istinto di vita e di morte, la nekìa, ovvero la discesa agli inferi, anch'essi parte di Cuore cavo, sono elementi, giocati attraverso l'ambivalenza, in grado di creare atmosfere di sogno, allucinazioni, luci, ombre, che danno al romanzo la vividezza perforante dell'indagine rivolta ad accertare gli incubi, che popolano la vita.

La Di Grado ha trasformato, meglio spostato, il suo punto di osservazione visionario dalla lingua alla semantica: ha interiorizzato il segno, caricandolo di valenze, alternativamente positive e negative, mai neutre, per arrivare al cuore del lettore, il quale è portato, in ogni caso, a reagire, mai a rimanere inerte.

Cuore cavo è così, come l'ha voluto la sua autrice, un romanzo in cui ansia, disperazione, depressione incontrano l'estemporaneità della vita, l'alternanza della gioia e del dolore, del gioco e della serietà, dei doveri e delle colpe, dove diventare adulti, assumere la vita sulle proprie fragili spalle, quelle, appunto di una giovane, Dorotea, che ha, appena lasciato l'adolescenza per incamminarsi sull'irta salita della maturità produce l'ultimo urlo disperato di rifiuto, di ribellione, di incontaminata passione per un'esistenza pensata e vagheggiata al riparo di egoismi, solitudini, meschinità e che, contro la strenua volontà della protagonista, si presenta, invece, sotto le peggiori spoglie possibili, infrangendo, devastando aspettative e illusioni. L'accettazione del mondo, di questo pessimo mondo, è, per la generazione di Dorotea, alias Viola Di Grado, un embrione mostruoso, frutto dell'assenza dei "padri", metafora trasparente della responsabilità degli adulti nell'avere creato questa vita spettrale, che merita il massimo della condanna. Il gesto iconoclasta del suicidio è il ricorso al più violento dei rifiuti possibili, iterazione, metonimia del morire per vivere.