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La dilazione di Paolo Fallai

Autore: Stefano Gallerani
Testata: ALIAS - il manifesto
Data: 29 settembre 2007

Soprattutto all’inizio, Freni (e/o, pp. 144, € 14,00), primo romanzo di Paolo Fallai, potrebbe leggersi come una nota “adulta” del suo Manuale del giovane giornalista, tanto è centrale il tema dell’informazione. Intesa come trasmissione a un pubblico indistinto e il più vasto possibile di una precisa notizia, l’informazione connette, attraverso un processo di mediazione tra il generale e il particolare, la norma della deroga. Fin qui tutto fila, se non fosse che l’enunciato di aprtenza è viziato da un equivoco che Fallai non tarda a denunciare, e riguarda la natura stessa della notizia prima ancora che i suoi connotati distintivi (eccezionalità e interesse). O meglio, riguarda la sua fonte, e cioè lo scadimento, nell’ordine gerarchico informativo, della verità e dell’insediamento, in sua vece, della verosimiglianza: al riscontro oggettivo di un fatto subentra la semplice – e sufficiente – congruità di una finzione rispetto a una scala di valori.

Dilaniato dai dubbi per essersi reso complice di una mistificazione, Giorgio Soter si sente rispondere che “la nostra è una società violenta in cui i valori della famiglia sono pericolosamente in declino. Se per assurdo questa storia fosse del tutto inventata, avrebbe lo stesso un certo valore pedagogico, quindi legittimità ed importanza. Non siamo poi senza cuore e privi di un senso civico”. Quanto basta ad aprire cateratte di “notizie ripetute, riassemblate, selezionate e offerte in un nuovo montaggio”.

Man mano che si procede nella lettura, dunque, dal livello dell’informazione di passa a quello della formazione, e la riabilitazione di Soter, temporaneamente muto e cieco per i postumi di un incidente stradalem passa per il riposizionamento e la nuova verifica di codici in precedenza assorbiti in modo quasi supino.

Per situazioni e trama la memoria corre a un dimenticato romanzo francese del 1968, Le cose della vita, sebbene nel caso di Freni sarebbe improprio parlare di vero e proprio bilancio esistenziale – quello che compie in fin di vita, il protagonista di Paul Guimard. E questo perché nell’infermità, del corpo e della lingua, Soter si rifugia come per concedersi l’ennesima, estrema dilazione: diventa essa stessa non più vera ma verosimile, e come tale viene percepita. La lenta rieducazione dei sensi non gli conferisce la spina dorsale e non è dato ricavare alcuna morale dalla denuncia dello scandalo di una società che è tamnto virtuale da diventare reale e viceversa.

Nel vuoto che si apre tra la voce intima di Soter e quelle esterne, superficiali che ascolta ma a cui non può rispondere se non con i pochi segni convenzionali dell’infermo, si inabissa un dolore irragionevole, primigenio, che tutta la nostra scienza (alias, la società) non può lenire. “E come fa a rispondermi se non parla?”, chiede a Soter lo psicoterapeuta. “Deve scusrmi, sa, noi siamo abituati a fare due chiacchiere con i pazienti. È tutto un gioco di parole. Insomma, il fatto che lei stia zitto è un bel problema per me”.