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Dorotea Giglio ha deciso di morire - Intervista a Viola Di Grado

Autore: Virginia Grassi
Testata: Luuk Magazine
Data: 9 aprile 2013

Dorotea Giglio ha deciso di morire in una calda giornata di luglio, a Catania, tagliandosi le vene “in un triste mojito di bagnoschiuma alla menta e sangue”.
A 25 anni la sua vita è finita. A cominciare è l’eternità della sua morte.
Il suicidio come inizio, la decomposizione del corpo, la tenacia dell’anima che resta; una lingua tagliente e sceltissima, capace di viscerali virtuosismi ed immediatezza lirica. Sopra tutto una vena dissacrante che non dà scampo.
Dopo lo straordinario successo di “Settanta acrilico trenta lana“, con cui ha vinto nel 2011 il Premio Campiello Opera Prima, l’autrice siciliana Viola Di Grado si conferma rivelazione del panorama letterario italiano. Parliamo con lei della sua nuova prova: “Cuore cavo“, pubblicato per i tipi di E/O.

Perché hai deciso di affrontare un tema proibito nella nostra cultura come la morte? E questo non solo attraverso un tabù tematico, quello del suicidio, ma anche per così dire semantico, attraverso cioè la descrizione minuziosa del corpo della tua protagonista in disfacimento.
Proprio per aprire gli occhi della gente, rompere il tabù della morte come evento netto che si contrappone alla vita, e mostrarla per quello che veramente è: un processo, lento e ambiguo. La morte non esiste. Esiste un processo di trasformazioni. Ricalcando la nostra tradizionale idea di divisione anima-corpo, ho trasformato in osservatore l’anima e in osservato il corpo; l’anima continua a fare quello che faceva: raccontare. Noi viviamo di narrazioni, narrazioni del mondo e di noi stessi. Non solo chi scrive. E anche l’anima di Dorotea, la Dorotea de-materializzata, si racconta. Adesso, al posto dei rimorsi, ci sono i vermi e le mosche sarcofaghe.
In “Settanta acrilico trenta lana” tutto aveva inizio con un buco, un taglio. In “Cuore cavo” questo taglio si ripropone nelle vene di Dorotea, il vuoto nelle parole che il suo fantasma non può leggere e in quelle che non possono essere sentite dai vivi. Leggendo ho avuto l’impressione che l’importante non sia colmare il vuoto, ma dargli un senso con le parole, raccontare la mancanza.
Il linguaggio è la mia arma: ho sempre reagito a tutto, fin da piccola, scrivendo. Avevo sempre una realtà solida e gigantesca in cui scappare, da preferire alla banalità e ferocia del reale: la mia scrittura. Una volta da piccola ho scritto a mia madre che da allora in avanti avrei vissuto più in quella realtà che in quella effettiva, e lei si è preoccupata e arrabbiata.
“Ecco cos’è la morte: una matrioska di stanze vuote”. Una fine sarebbe auspicabile, dunque, invece si resta, il confine si trasforma, di fatto, in una porta aperta: Eraclito (“pànta rèi òs potamòs”), Lavoisier (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”) e, dato che sei una studentessa di Orientalistica, i maestri del buddhismo e del taoismo?
Credo molto nel vuoto come sprofondamento ma anche come potenzialità. L‘opera d’arte deve restare aperta, con una voragine nel centro, non è un mondo chiuso. In Oriente l’opera d’arte ha il vuoto al suo centro: come le tazze usate nella cerimonia del the, che vengono sottratte alla cottura prima del tempo così che la loro incompletezza dia all’osservatore un ruolo nel processo artistico: completa l’opera d’arte da solo. L’artista è sì un mondo a sé ma non autoreferenziale: la sua opera non deve mai smettere di trasformarsi.
Le citazioni letterarie interne al libro – più o meno esplicite – sono molte, dalla Bibbia ad Herman Melville. Quali sono i tuoi modelli?
Non credo nei modelli. La creatività dev’essere creazione da zero, che inevitabilmente è preceduta da una distruzione. Le citazioni sono interazioni perché l’arte è sempre intertestuale, in un modo o nell’altro: anche suo malgrado, perché attinge all’inconscio collettivo
Nelle tue dichiarazioni spesso affermi che “la scrittura è totalizzante”. Questo in cosa si traduce?
La scrittura è un filtro tra me e la realtà. Anche quando non scrivo sto scrivendo nella mia testa, è una trasformazione immediata, una catena di montaggio che istantaneamente trasforma gli eventi in narrazione.
Sei un enfant prodige e lo sai. Come ha influito il successo del Premio Campiello su Viola di Grado?
Mi sentivo un file torrent, scomposto da tutti e poi ricomposto nelle loro menti. Essere di tutti, essere collettiva, è una sensazione straniante.