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Leggendo su... vite in vasca

Autore: Giuditta Casale
Testata: Trentamag
Data: 9 aprile 2013

Aprire le pagine di cronaca di un qualunque quotidiano è sempre uno schiaffo per chi è genitore. Giovani allo sbando, senza argine, alle prese con vite dissolute e balorde. Poi per fortuna ci sono gli esempi della vita vera, giovani brillanti, pieni di idee e di iniziative, che mettono a frutto le loro capacità e potenzialità. Da genitori, inevitabile, chiedersi: dov’è il discrimine? Possibile che le colpe o i meriti siano legate all’essere dei buoni o cattivi genitori? Anzi, in questi ritmi contemporanei frenetici e frustranti, all’esserci come genitori o al non esserci stati?
Sembra questa la risposta che proviene da due bellissimi romanzi: Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Minimum fax, 2012) e Cuore cavo di Viola Di Grado (E/O, 2012).
Sofia, nata sul finire degli anni Settanta, come il suo autore, sembra pagare a livello generazionale le colpe dei padri, in senso lato. Paolo Cognetti è abile a tratteggiare nello scenario familiare le incertezze e gli scontri di opposti modi di intendere la vita e i valori. La generazione dei figli rischia in tali contesti di rimanere impigliata e schiacciata dalle opposte fazioni e di avvertire come un vuoto, che non può che risucchiarla nel loro vortice.
Durante la cena la conversazione era difficile. Roberto, ingegnere meccanico, stava facendo carriera all’Alfa Romeo, e in quel periodo erano cominciati i licenziamenti. Si sforzavano entrambi di parlare d’altro, della salute della madre o dei progressi della bambina, ma presto o tardi arrivavano al lavoro, e da lì alla situazione politica, e attaccavano a litigare. Marta accusava suo fratello di essere un animale da tiro, un bue che sarebbe morto di fatica pur di accontentare il suo padrone. Secondo Roberto lei ragionava da sindacalista, badava troppo alla politica e poco al lavoro: il suo mestiere era quello di costruire automobili, perchè non avrebbe dovuto farlo bene? Rossana serviva la cena in silenzio mentre la discussione degenerava. Certe parole le risultavano incomprensibili, ma anche lei vedeva i telegiornali: cortei, scioperi, morti ammazzati, bombe che ogni tanto esplodevano e processi che non finivano mai. A un certo punto Roberto taceva offeso e Marta si ritrovava a tenere un comizio che nessuno ascoltava, così non le restava che cambiare discorso: come se la vedesse solo ora, si complimentava con Rossana per l’abito o l’acconciatura, per i fiori sulla tavola o il ripieno della crostata. Erano campi in cui non potevano essere più diverse: una indifferente all’aspetto delle cose e quasi austera, l’altra capace di perdere mezza giornata per cucinare, addobbare la tavola e vestirsi. Poi Marta le chiedeva se avesse qualche disegno nuovo. Allora partiva la solita recita di modestia e imbarazzo, Roberto sbuffava e cominciava a sparecchiare, Sofia si rifugiava sotto il tavolo dove aveva il suo fortino. Infine Rossana cedeva, andava a prendere la cartelletta che usava dai tempi della scuola, la apriva sulla tovaglia. I suoi non erano lavori facili, usavano linguaggi e codici che Marta si sforzava di capire: domandava i motivi di alcune scelte, ne misurava gli equilibri immaginando che colori e forme fossero pesi sui piatti di una bilancia. Adoperava mani e dita per inquadrare i suoi punti preferiti, come un mascherino di cartone su una fotografia. Qualunque fosse il valore di quei disegni, le sembrava importante incoraggiare Rossana e intimidire Roberto. “Non mi affibbiare la parte dell’uomo delle caverne”, diceva lui, quando restavano soli. “Non ho mai chiesto una cuoca né una cameriera né una balia, per me può anche ricominciare a studiare”. Però poi la sua indifferenza dimostrava il contrario.
Sotto il tavolo Sofia scambiava le scarpe, mettendo a sua zia i sandali di sua madre, e a sua madre i mocassini del padre. Quando la incrociava con lo sguardo, a Marta capitava di chiedersi che tipo di adulta sarebbe diventata: riuscirai a sopravvivere a questa famigliola, ti entrerà qualche idea decente in testa? Oppure sei già marchiata a fuoco, un’altra futura donnina da niente?
Per sottrarsi a questo destino di nullità, Sofia ingaggia una lotta sorda e carica di silenzi con la madre, contestando veementemente il suo essere più profondo. Eppure questa contestazione che diventa anche tentativo di suicidio e disagio alimentare, conserverà un tratto di affettuosità e di appartenenza.
[…] l’acqua bollente ha il potere di farti stare subito meglio, sciogliere la tensione accumulata: da quando sei senza fissa dimora, la vasca da bagno è l’unico luogo in cui, dovunque ti trovi, puoi chiudere gli occhi e sentirti a casa.
La vasca diventa emblema di un rapporto mancato, che dalla “connessione” dell’infanzia viene interrotto e stroncato dalla crescita di Sofia e dalla sua volontà ostinata e salvifica di sfuggire alla rigidezza e alla compostezza che ha imbrigliato la madre in un ruolo statico e destinato a rimanere immutato a se stesso:
Mi raccontò di essere cresciuta in una stanza con due letti, perchè al momento di comprare i mobili i suoi genitori progettavano un secondo figlio, ma poi il figlio non era arrivato e il letto invece era rimasto. Lei si era abituata a convivere con questo fratello fantasma, sua madre no: la descrisse come una donna sofferente, una sonnambula che vagava per casa cercando di cogliere un senso che le sfuggiva. Aveva quest’unico sollievo quotidiano: verso sera riempiva la vasca d’acqua calda, versava sali profumati e chiamava Sofia per il bagno. Lì dentro chiacchieravano, lavandosi a vicenda i capelli e la schiena, finchè il padre tornava dal lavoro e bussava per sapere a che ora avessero intenzione di uscire.
Sofia e Dorotea Giglio, protagonista di Cuore cavo, si incontrano nella vasca da bagno, ma con esiti divergenti.
Sono nata di parto naturale in una vasca da bagno e sono morta di morte innaturale nello stesso posto.
Dorotea non godrà mai nel corso della sua breve vita di un gesto di affetto della madre e per lei la vasca da bagno sarà emblema della perdita e dell’annichilimento. Eppure anche per lei, come per Sofia, rappresenta il legame con una madre per altri versi assenti e distante.
Riempii la vasca da bagno. Entrai dentro. Sdraiata nell’acqua, circondata da quelle pareti solide, mi sentii in salvo. Avevo deciso. Sarebbe stato veloce e indolore. La vasca, le sue pareti avvolte come petali duri intorno a me, era rincuorante. Era una speranza. Era un utero ma senza il sopruso della nascita.
Mi guardai le mani.
Dovevo solo trovare un modo di portarla nella vasca, poi sarebbe stato facilissimo. Un attimo. Spingerla sott’acqua e resistere. Contare fino a venti come lei aveva contato sul fiume Cassibile, mentre l’acqua irrompeva nei polmoni di Lidia e scacciava l’aria per sempre, riempiva il corpo intero.
Ci vuole poco per affogare. Prima l’apnea. Poi la fine dell’apnea, i centri nervosi impazziti, le convulsioni. Un’ultima aritmia poi la fine della coscienza, la fine del respiro. Per stare insieme, mamma, te lo ricordi che non serviva respirare.
Nel 2011, a venticinque anni, Dorotea si uccide nella vasca da bagno, tagliandosi le vene. Quello che incontreremo nelle pagine del romanzo di Viola Di Grado è il suo fantasma, in quello che la scrittrice immagina con grande forza letteraria come la vita soprannaturale. Ma anche in questo involucro senza corpo, il desiderio dell’affetto dei genitori non l’abbandona. Sia nei confronti della madre, che del padre che non ha mai conosciuto.
Dentro la bara, soffro come se la solitudine fosse ancora rimediabile. Come se mio padre potesse tornare da un momento all’altro a rimboccarmi la pelle rimasta.
Due solitiduni che sono fardelli esistenziali, ma di natura completamente diversa.
Epocale, direi, e ideologica quella di Sofia:
Nei suoi pensieri Rossana si confondeva coi tanti amici dispersi. Alcuni avevano pagato molto e altri poco, nessuno ne era uscito indenne. Ma erano stati tutti liberi di scegliere, e padroni del proprio destino. Sofia invece non c’entrava nulla.
“Lo sai qua è il tuo problema?”, le aveva detto una sera.
“Un altro?”
“É che tu sei comunista dentro. Voi siete come i cattolici, vi fate un culo così perchè credete nel futuro. Io voglio essere felice adesso”.
personale e introspettiva quella di Dorotea, frutto di una situazione di disgregazione privata che non ha nessun appiglio nella socialità:
Non stavano neanche insieme, non sapevano i rispettivi cognomi. Si erano ritrovati a una festa di qualcuno collegato a entrambi, avevano parlato dell’università, di quello che facevano, lui ancora nulla. Poi casa sua, quella stessa sera. E nelle settimane successive un paio di cinema e un aperitivo in piazza Teatro Massimo. Poi basta. Quando lui, un mese dopo, seppe la notizia, non si fece più sentire. Però lei mi giurò che lui c’era, al mio terzo compleanno, c’era, c’era. Poi mai più.
Questo è tutto quello che so e mi dico spesso che è tutto quello che mi serve sapere, e quasi sempre ci credo. Mia madre non mi aveva mai detto altro di lui, tranne che lei non aveva certo bisogno di uno stronzo qualsiasi per crescermi. Non rispondeva mai alle mie domande su di lui, e presto cominciai a tenermele dentro. Dopo un po’ ne avevo sempre meno, appassivano per mancanza di luce.
Esiti diversi anche nella scrittura: essenziale e scarna quella di Cognetti, metaforica e immaginifica quella di Di Grado. Entrambi i romanzi hanno il pregio comune di entrarti dentro, di metterti allo specchio con le loro protagoniste e di costringerti a rovistare in te stesso, alla ricerca del nocciolo duro del tuo essere e dei tuoi desideri, di vita e di morte.