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Stamani sono andata a trovarmi al cimitero

Autore: Michele Trecca
Testata: La Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 13 aprile 2013

Qualunque cosa fai devi essere sempre estrema, diceva Violet Trefusis, grande talento della letteratura inglese del Novecento. Viola Di Grado la cita più d'una volta nel suo nuovo romanzo edito da e/o, C u o re cavo, perché la pensa anche lei così ma, soprattutto, pensiamo noi, così è la sua scrittura in ogni espressione: estrema. Sin dal primo rigo. «Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa ». Dunque, Cuore cavo è il racconto in prima persona dell'esistenza dopo la morte della venticinquenne Dorotea Giglio, suicida. Come dire, un viaggio attraverso l'aldilà: la voce narrante, infatti, dà conto di sé fino al 2015. Un assurdo logico, ma la scrittura di Viola Di Grado – proprio grazie al suo estremismo – vince l'ardua sfida dell'irrealtà rendendo ogni momento della narrazione credibile e, quindi, fonte per il lettore di fortissime emozioni. Cuore cavo pro - cede su vari piani. Uno è quello materiale del resoconto serrato e in presa diretta che Dorotea fa con rigore di «paleontologa » del disfacimento del proprio corpo. Un vero e proprio diario con annotazioni tipo «11/09/2011: le mie strutture cellulari sono definitivamente crollate. Tutti i lisosomi sono rasi al suolo come misere baracche. Tutte le cellule si sono uccise, una dopo l'altra, liberando terribili proteasi acide». Dorotea era agli ultimi esami di Scienze biologiche e perciò il registro scientifico del romanzo non evita alcun dettaglio della putrefazione del corpo per il lavorio incessante di mosche sarcofaghe, batteri, germi aerobi e anaerobi, farfalle, dermestes lardarius. Uno sguardo sulla morte implacabile, di rara potenza e lucidità che materializza i nostri peggiori incubi e in qualche modo ce ne libera. Parallelamente, infatti, con il suo estremismo immaginativo la venticinquenne autrice di Catania riesce a disancorare la morte dalla sua fissità tombale. La morte è «un fatto geologico universale». Parte da dove avviene. Dorotea è una presenza aerea: si muove nel mondo, nei suoi luoghi, fra i propri cari. Assiste alla sua morte, ma continua la vita di prima e ne desidera e vive un'altra. La morte non è una conclusione. Chi soffre e si uccide è un ottimista perché pensa che tutto finisca con quel g esto. La morte non finisce, comincia. Dopo bisogna imparare a gestire l'eternità. Da morta Dorotea si ritrova ad essere quel che era con lo stesso carico di amori e affetti frustrati, dolori antichi e perfino lo stesso lavoro nella cartoleria vicino casa. Riesce a scrivere, ma non a leggere. Continua a pranzare con la madre e la zia, ne osserva vestiti e trucchi, sorrisi e malinconie. Talvolta ne disturba gli amori. Ogni tanto va a trovare se stessa al cimitero, cerca amicizie fra i nuovi nati alla morte e ancora una volta s'innamora. C'è chi la vede o ne percepisce la presenza, chi la subisce. Tutto è come prima ma in un cielo più grande e una libertà così vasta che è ancor più faticoso di un tempo ritrovare se stessi fino a potersi racchiudere in un unico predicato, «Io sono» dice continuamente Dorotea, cercando di definirsi. Diversa è ora la distanza, la prospettiva, lo sguardo sulle ferite che hanno segnato i primi venticinque anni: il concepimento per errore, il padre non conosciuto, la zia Lidia annegata in un misterioso incidente, Lorenzo che l'ha lasciata per un'altra. Occorre rimodulare i sentimenti, trovare un'altra chiave musicale. Rinascere. Dalle ballate dark alle favole surreali di certi apologhi sentimentali, dalla precisione della biologia alla dolcezza della poesia, dal romanticismo alle irriverenze umoristiche, dalle suggestioni della tradizione a quelle cinematografiche: pagina dopo pagina Cuore cavo gonfia le proprie vele raccogliendo con naturalezza i venti «estremi» di tante scritture per perdersi infine con te che leggi al largo del mare sconosciuto di un'inter rogazione metafisica dell'esistenza. Dopo l'acclamatissimo esordio di Settanta per cento acrilico trenta lana, Viola Di Grado continua con stupefacente autorevolezza un percorso nuovo e inimitabile.