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Nostalgico requiem dalla Corsica

Autore: Fabio Pedone
Testata: Alias / Il Manifesto
Data: 20 aprile 2013

Se dobbiamo prestar fede a Giorgio Manganelli, le parole hanno sempre avuto che fare con la fine del mondo, sono anzi a essa in ogni momento contemporanee, «giacché codesta fine è perenne». Può darsi che la fine precipiti in una cattedrale dell'Africa romana, mentre quella città che era la luce del mondo è in preda agli invasori visigoti e il vescovo Agostino parla di eternità al popolo radunato; ancora, può scatenarsi in una cabina di nave dove una donna splendida e indecifrabile agonizza dopo aver dato alla luce un figlio; o tra le case di un paesino della Corsica, dove i volti pietrificati dei bisnonni dominano in cornice nelle cucine buie, mentre i traghetti scaricano orde di turisti che sciamano sotto lo sguardo insofferente dei paesani. È qui che è in prevalenza ambientato Il sermone sulla caduta di Roma, uscito nella solida traduzione di Alberto Bracci Testasecca (edizioni e/o, pp. 192, € 17), romanzo che è valso a Jerôme Ferrari il premio Goncourt 2012. Quarantacinque anni, professore di filosofia nei licei e consulente pedagogico nonché traduttore dal còrso, Ferrari ha lavorato anche in Algeria e negli Emirati Arabi, e in dieci anni di attività letteraria scanditi da sei libri ha saputo trasfondere la forza concentrata di uno sguardo periferico, vitalmente attestato dal margine, che con la spietatezza di una luce radente rivela – meglio di ogni posizione centrata o centrale – nodi irrisolti, contraddizioni, urgenze di un tempo sempre più fuori dai suoi cardini. Lo si è visto in Un dieu un animal (del 2009, di prossima pubblicazione sempre per e/o) o nel suo primo romanzo apparso in traduzione italiana, Dove ho lasciato l'anima, edito l'anno scorso da Fazi, affannosa perorazione-confessione di un militare sulle torture durante la guerra d'Algeria, Così Ferrari, nato a Parigi ma di famiglia originaria del sud della Corsica, è entrato nel novero di quegli autori che negli ultimi anni hanno saputo incidere con coraggio le ferite mai chiuse e le vergogne della Francia «fuori di sé», dall'ultimo conflitto mondiale all'Indocina e all'Algeria (tra gli altri, ad esempio, Alexis Jenni, premio Goncourt nel 2011 con il suo imponente esordio, L'art français de la guerre). Matthieu Antonetti, personaggio fulcro del Sermone sulla caduta di Roma, non vive; piuttosto gira incessantemente intorno a una sua inquietudine che non riesce a afferrare, sostanziata di rifiuto e disprezzo per una realtà ormai degradata; la sua è una malattia della volontà che lo porta a guardare sempre dall'altra parte credendo che così la sua spina o il suo rimpianto smettano di esistere. Sperimentando una fratellanza simbiotica con l'amico Libero Pintus, si allontana dall'ideale di proseguire gli studi di filosofia a Parigi, abbandona quello stagno di ossessi e sconfitti che credono ancora di poter resistere all'assalto della stupidità del mondo schermandosi dietro i frontoni crollati del sapere. Crede di non avere un futuro e quindi si impedisce di offrirsi al presente, non abbatte il muro di reticenza che lo separa dall'amore di una compagna di università. La reazione di Matthieu passa per il ritorno in Corsica e l'apertura di un bar nel suo piccolo paese di origine, trasformando il rifiuto nel desiderio di una vita autentica e generosa, e creando un microcosmo chiassoso e carnevalesco che nasconde però la resa consapevole al vangelo del consumo, invadente anche negli angoli più riposti dell'isola, alla filosofia dell'aperitivo e al rito demente della socialità alcolica coatta. Anche suo nonno Marcel, dopo essere scampato alle stragi della guerra, ha atteso con impazienza di fare ingresso nel gioco delle cose, nella vita di tutti, ma con la morte della moglie giovanissima si rintana nella negazione e perde l'unica vita che l'allinearsi delle circostanze gli aveva offerto; non sarà più in grado di crearne un'altra. Nella fatica delle scelte perseguite con imperterrita determinazione o accettate dal caso si dispiega allora la facoltà che ciascuno possiede di rendersi, tramite l'azione, demiurgo della propria esistenza. Salvo il fatto che poi, credendosene il dio, pretende che sul mondo da lui creato il tempo non abbia l'ultima parola. La girandola di esperienze in cui si getta Matthieu è destinata a essere distrutta proprio dall'esasperazione di quella legge del desiderio che la muoveva, e dal riemergere violento delle energie ancestrali di una Corsicamai rassegnata: energie incarnate nella figura di un pastore ben lungi dall'essere un «buon selvaggio», ultimo testimone di un mondo lontanissimo. Come suo nonno, ma con una diversa, più astratta disperazione, Matthieu non ha mai i piedi saldamente piantati nel reale, non riesce a capovolgere la rinuncia in forza lieve e cosciente. Esiliato da forme di vita parallela che non ha mai osato stringere in pugno, la sua è in effetti una storia della vergogna: si vergognano infatti della propria origine i due amici quando entrano alla Sorbona, portandosi sulle spalle le generazioni analfabete di madri timorose, «fratelli contadini e pastori, gli antenati prigionieri della notte pagana » che «sussultavano di gioia in fondo alle loro tombe». Si vergogna Matthieu quando, spossessato, estraneo a se stesso, «a metà strada tra l'esistenza e il niente», si vieta di sfiorare per la prima volta il viso di Judith, «come se l'avesse già abbandonata e tradita», e resta paralizzato «in un reticolo complesso di azioni incompiute». In un mondo arreso alla barbarie tranquilla, anche lui e Libero sono barbari che portano con un ghigno pacificato – quello della protesta che è subito conformismo – il vessillo della stupidità. E a ben vedere questo è anche un romanzo di frontiere, che non vengono mai valicate per quanto intenso sia lo sforzo di farlo, frontiere che si identificano direttamente nel corpo – come per la sorella di Matthieu, Aurélie, che non troverà in Algeria il proprio «altro mondo» – o nella lingua còrsa, la lingua che Matthieu «non capiva ma che sapeva essere la sua». Matthieu riceve un'eredità di inerzia che si concretizza immediatamente nelle parole, nelle immagini di putrefazione che pervadono la lingua, nell'ossessione del nonno Marcel per lo sporco e le malattie, nella quale la vita stessa è una materia impastata delle «concrezioni giallastre della bile calcificata, la gelatina rosa dei coaguli nelle arterie, il sudore, i rimorsi, i singhiozzi e la bava». E sfocia nella definitiva percezione dell'esistenza come palude. Vivere è una battaglia contro le sabbie mobili e l'inerzia delle cose, «che si somigliano tutte, come se sotto l'apparente diversità delle loro forme fossero fatte della stessa sostanza pesante, viscida e malleabile». Meditativa quando deve tessere i propri temi, brusca e scattante quando si lancia nel brulichio di voci della festa mobile del bar, la scrittura di Ferrari trova il suo nodo di irradiazione nella frase lunga, propagginata, sempre rilanciata in avanti, la cui accumulazione rende in figura l'orbitare dei personaggi attorno a un centro assente, a un futuro effimero per il quale ci si nega di vivere il qui e ora proprio nel momento in cui più ci si persuade di esservi immersi. Il narratore aggiunge uno sguardo da dopo che in passaggi minimali anticipa il punto di fuga della vicenda, lo scacco, la percezione dell'inesorabilità del tempo: è così che dalle stradine di un paesino còrso sale il requiem per un'intera civiltà. Contribuisce a questo effetto anche una prospettiva lunga della narrazione che proietta fin sul fondale della storia antica, con tocchi di solennità severa nelle parole, una lezione impietosa sulla libertà umana e l'impermanenza delle cose. A volte a metà di una frase passa l'ombra di Borges («all'ombra dell'inconcepibile piramide dei mondi possibili in cui la sua mano moltiplicata all'infinito giungeva a posarsi sulla guancia di Judith»), o l'eco di un verso di Celan: «nel sottobosco soleggiato da cui Sulamith non tornerà verso il re che la chiama invano vola il polline dei suoi capelli di cenere, la terra verdeggiante si è ingozzata di tessuti e di carne a brandelli». Sì, la natura indifferente si nutre di ossa di vittime, e ogni vita è un palcoscenico su cui ciascuno prova l'apocalisse. Ma in fin dei conti è vero anche altro: gran parte del fascino delle vite che non abbiamo vissuto sta nel loro non esser mai esistite.