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Intervista a Alice Sebold

Autore: Sebastiano Triulzi
Testata: Almanacco dei libri - la Repubblica
Data: 20 ottobre 2007

Per ben due volte Alice Sebold ha raccontato la stessa storia. I suoi primi libri, l'autobiografico Lucky e l'assai fortunato Amabili resti, appaiono sorprendentemente speculari, e non solo per il tema che affrontano: persino le strutture narrative ricalcano un percorso condiviso, con la violenza che entra in scena fin da subito, come un attore consumato, e un io narrante cui spetta il ruolo di vittima, il destino di dover fronteggiare quel che viene dopo. Nel memoir che ne ha segnato l'esordio, la Sebold testimoniava lo stupro subito quando era studentessa dell'Università di Syracuse e il difficile reinserimento, ormai marchiata a fuoco, nel microcosmo del college. Nel successivo romanzo la parola toccava alla quattordicenne Susie Salmon, violentata e fatta a pezzi da un vicino di casa, che riusciva, dal paradiso, a parteciapre emotivamente alle tragiche sorti della sua famiglia. Sono passati cinque anni da Amabili resti, e la casa editrice E/O pubblica La quasi luna (pp.320, € 18), un romanzo con un architrave simile alle prove precedenti. La narrazione procede a ritroso, con continue incursioni nel passato, e l'incipit ad effetto - "Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile" - getta la protagonista in un baratro, in quel punto drammatico dove poi non resta che guardarsi indietro e cominciare a ricostruire la propria storia. La quasi luna è un tentativo di esplorare i complessi rapporti tra madre e figlia, battendo su un tasto dolente, quello di non riprodurre i modelli genitoriali, di non diventare come loro.

Repubblica: Helen, la protagonista del suo romanzo, scavalca un confine invalicabile. Che cosa la spinge? Forse la passione, la pietà, o all'inverso la ragione?
Alice Sebold:
Nel romanzo entra in gioco l'idea del conflitto fondamentale tra senso del dovere e libertà, ma è presente anche un amore così puro per cui si ama e si odia in uno stesso momento. Trovo interessante che un genitore possa mettere al mondo una creatura che si rivela forte almeno tanto quanto il mezzo con cui ha cercato di ucciderla. Penso alla scrittrice Patricia Highsmith e a sua madre, che bevve acquaragia spinta dal desiderio di abortire. Ovviamente il tentativo fallì. La Highsmith finì per scrivere romanzi di una misantropia estrema; eppure continuò a prendersi cura della madre fino alla morte, che anticipò di poco la sua.

R: Per le figlie femmine la relazione con la madre si trasforma spesso in una sorta di prigione ben visibile, in primo luogo a loro stesse. Perché ha scelto di trattare un tema come questo?
AS:
Mi sembrava un argomento universale, valido dovunque. Oggi, nel XXI secolo, a chi viene ancora attribuito il dovere di sacrificare la propria vita per badare agli altri? Alla figlia femmina. E in questo stesso XXI secolo le conquiste raggiunte in campo medico fanno sì che gli anziani vivano sempre più a lungo, per cui la figlia femmina rischia di arrivare a settant'anni continuando ancora a occuparsi dei genitori. Mi dispiace, ma questa è una specie di prigione per chi non ha un rapporto assolutamente meraviglioso e idilliaco con la madre o il padre (e a quanti capita davvero?). Ho visto centinaia di donne portare il peso di un fardello che con i progressi della medicina e dell'antica convinzione che il ruolo di una donna sia quello della balia e della badante, non ha fatto altro che aumentare.

R: Perché nei suoi romanzi, il rapporto con la malattia mentale, e di conseguenza con la cura, appare sempre ambiguo?
AS:
Il ruolo che ha nel mondo lo squilibrio mentale (non necessariamente la malattia!) mi affascina. Guardo certi personaggi pubblici – politici di ogni bandiera – e mi convinco che abbiano qualche forma di squilibrio mentale. Lo stesso vale per molti artisti. Questo significa che lo squilibrio o la malattia mentale siano sempre qualcosa di brutto o di negativo? No. Non sempre. Ma spesso sì. Sapere che questo squilibrio esiste e avere con esso un rapporto attivo secondo me è importante. Esaminare la psiche umana è come esaminare qualunque argomento altrettanto vasto ed entusiasmante; i risultati sono spesso molto personali e possono aiutarci a capire il nostro rapporto con il mondo e il mondo stesso. D'altro canto, penso pure che sia importante sfuggire alla psiche e per esempio mettersi a suonare il pianoforte o a studiare l'italiano, anche quando l'esito è pessimo in entrambi i casi.

R: Il mondo dell’infanzia, quel mondo che la madre racchiude, determina il destino di Helen: quasi si radica nei sogni infranti della madre. È possibile sottrarsi a tutto questo?
AS:
Anche se fuggi, anche se i tuoi genitori muoiono, o se sei orfano e i genitori sono un'assenza, non riesci mai a svincolarti del tutto dalle tue origini. Quella della fuga totale mi sembra un'idea di noi occidentali – addirittura molto americana, se non addirittura californiana! – ed è un falso. Ciò detto, quando una persona si allontana entra in un mondo che ha creato e costruito da sé, dove può trovare più o meno felicità e successo.

R: Le sue narratrici, non perdono mai una certa propensione al riso, spesso innescato dall'autoironia. Il riso per loro è una forma di sicurezza, una specie di difesa, però conservativa.
AS:
Quest'idea mi piace, anche se vedo l'umorismo di Amabili resti in maniera leggermente diversa rispetto al tipo di umorismo de La Quasi luna. Posso dire che derivano entrambi da una certa tenacia delle mie protagoniste e dunque, sì, sono legati a un metallo, a una forza interiore che le caratterizza, e alla consapevolezza che ciascuna ha di se stessa.

R: Uno dei temi del romanzo è la paura o l’angoscia dell’esterno che costringe a rintanarsi dentro casa. È un sentimento fortemente presente nella società americana?
AS:
Questa paura dell'esterno forse è più grande oggi di quanto non lo sia mai stata; il nostro modo di vivere, sempre più connesso e allo stesso tempo isolato, facilita in maniera crescente uno scollegamento a livello di interazione e di calore umano. Nel caso specifico dell'America, credo che la paura sia stata alimentata dall'esplosione dei canali d'informazione, talmente assetati di contenuti da mandare continuamente in onda notizie di orrendi delitti. A meno che una persona non esca di casa, questa diventa la versione della società in cui vive. Quando telefono ai miei, sento la paura nella loro voce per un terremoto che ha colpito la California, dove abito, di cui io non mi sono neanche accorta mentre loro hanno già sentito la notizia almeno una decina di volte.