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Vedere con Isaia

Autore: Alberto Corsani
Testata: Riforma
Data: 2 maggio 2013

Uscito alcune settimane prima della morte di Enzo Jannacci, Cuore cavo potrebbe essere riassunto con le parole della più celebre canzone dell'autore milanese: «… per vedere di nascosto l'effetto che fa». Questa è la vocazione, infatti, di Dorotea che incomincia ad aggirarsi, non vista e passando anche attraverso le pareti, come in una vecchia storia di Mickey Mouse, fra le persone conosciute, ritrovando in loro i pregi, i difetti che conosceva, ma soprattutto le stesse debolezze già verificate in vita. Come dire – e non è un messaggio confortante – che a volte la presenza dei nostri congiunti ci costringe a indossare delle maschere, perché vedersi in maniera troppo diretta potrebbe essere faticoso e problematico. La madre è la madre depressa e abbandonata alla propria indolenza come lo era prima (come la madre della protagonista del primo libro), il cartolaio è la brava persona di prima, l'ex-ragazzo, insomma… Dorotea dà un giudizio drastico e ultimativo sulla propria morte: morire è stato lo staccarsi dal proprio corpo, la cui decomposizione viene seguita con dettagli ravvicinatissimi eppure non macabri: non se ne dimentichino coloro che si accaniscono nei dibattiti sui temi della bioetica, sia chi sostiene le certezze normative di ecclesiastica provenienza sia chi si nutre di certezze scientifiche inadeguate a cogliere la profondità della vita interiore delle persone. Ma, ancora, Dorotea viene a conoscere altri defunti, fra cui Anna, morta d'infarto a '' anni, titolare di una lavanderia, che sopravvive (!) nutrendosi delle parole e degli ammonimenti di Isaia. Alla protagonista si propone nientemeno che la questione della resurrezione. Non è detto che Anna convinca Dorotea: sta di fatto che l'idea escatologica della resurrezione dei corpi si fa strada nella seconda parte del romanzo, quantomeno come una delle possibili alternative da prendere in considerazione, e in un momento in cui tanti uomini di chiesa non vi fanno cenno, e limitano la loro militanza all'enunciazione di buoni propositi morali: non è poco. Dorotea riflette con Anna, e riflette da sola, seguendo la madre nelle sue disavventure anche amorose, sempre approssimative, ma ormai il tono delle pagine successive è segnato dal senso del futuro più che da quello, mortifero ma non lugubre, della descrizione del disfacimento. Lo stile si approssima all'oratoria profetica e all'invocazione rivolta di quando in quando al lettore («Tra poco finirà Dorotea Giglio, ma non cambiate canale», p. 80, e anche al realismo con cui la stessa Bibbia descrive la materialità della carne (molti passi si potrebbero citare: qui indichiamo Atti 13,37; I Corinzi 15,50. Allora che cos'è Dorotea per noi? Una forma di pura coscienza? Uno sguardo esterno alla vita? Il mistero non viene sciolto: oggi, non nel momento della nostra morte, sembra dirci la ragazza, se io non ci fossi, o se io ci fossi, come vi comportereste? E si scopre che tutto va o andrebbe allo stesso modo. Allora bisogna chiedersi: perché in tanti non riusciamo a capire come siamo visti dagli altri (e dobbiamo immaginare la nostra morte per vederci più chiaro)? Il difetto non è nel nostro carattere perituro, di creature destinate un giorno a cessare la nostra esistenza. Il difetto di fabbricazione è nella difficoltà di relazione, nella mancanza di condivisione o anche, all'opposto, in un eccesso di sensibilità che a volte spiana la strada a una vita desiderosa di travolgerci. Ma in fondo questa è la nostra umanità: i nostri difetti sono anche i nostri pregi. La contraddizione è insanabile, ce la porteremo sempre appresso, anche se cerchiamo di nascondere la morte, e quando Dorotea fa visita a un ospedale, solo una morta tiene compagnia agli altri morti (p. 113). Teologi, filosofi e moralisti possono discutere dell'anima, e gli scienziati discutere del corpo, ma sempre di noi si tratta. C'è chi guarda indietro con nostalgia, e c'è chi, come Isaia, guarda in avanti: sempre noi siamo («Il ricordo, tra i morti, genera il rispetto reverenziale che da vivi genera la profezia…» – p. 93). In una ipotetica comunità dei morti, sembra leggersi tra le righe, ci sarebbe forse una maggiore autenticità di rapporti: perfino la voce di una famosa, reale, cantautrice (Amy Winehouse) diventa, nella finzione di Cuore cavo più autentica, più «sua». Se oggi vediamo come in uno specchio, oscuramente, sarà quello di Dorotea un regno dove vedremo più chiaramente? Il libro non lo dice, ma non dobbiamo chiederlo a lui, bensì ai rapporti che costruiamo giorno per giorno fra noi: «il mondo finisce ogni giorno per centinaia di persone, ma Anna dice che ricomincerà presto. Si chiama resurrezione, siamo tutti invitati…» (p. 160).