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CUORE CAVO - di Viola Di Grado

Autore: Daniela Frascati
Testata: i-libri
Data: 5 giugno 2013

Cuore Cavo è il secondo romanzo di Viola Di Grado, dopo Settanta acrilico trenta lana, la storia di un conflitto letale tra madre e figlia dentro un'afasica incomunicabilità, che ha fatto guadagnare all'autrice il Premio Campiello Opera prima nel 2011  e l'ha promossa a rivelazione degli ultimi anni. E, a ragione.

 

La Di Grado ha una scrittura potente, poetica, spiazzante e in questo nuovo e inquietante romanzo ne dispiega tutta la forza.
 

La storia sorprende fin dall'inizio. Poche righe scarne e, all'apparenza, definitive  che sono invece l'avvio di una straordinaria narrazione.

"Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa.

Il 23 luglio, alle 15,29, la mia morte è partita da Catania. Epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano, i seni piccoli, gli occhi gonfi, l'encefalo tramortito, il polso destro poggiato sul bordo della vasca, l'altro immerso in un triste mojito di bagno schiuma alla menta e sangue".

Da queste righe parte l'invenzione narrativa. 

È infatti la suicida, una ragazza di 25 anni, a raccontare il suo aldilà. Ciò che dentro la morte perdura della vita e il disfacimento orrifico e ributtante del suo cadavere che nella morte è utero accogliente di milioni di vite brulicanti, di insetti, spore, funghi.

"La putrefazione è stato il periodo più triste. È quando sono arrivati gli insetti. La prima squadra, poi la seconda, la terza(...). Mi strappavano i tessuti come carta da parati, finché è emerso il muro tremendo delle ossa.(...) Sono arrivati i dermestes lardarius, poi i necrophorus fumathor. Vandali viscidi con zampe lunghe e scure che non si fermano mai."

In una continuità in cui abbatte la barriera tra vita e morte, noioso tabù occidentale, come l'autrice dichiara in un'intervista, osserva il suo dissolversi corporale raccontandone meticolosamente tutti gli stadi e rivive o, forse, vive per la prima volta, ciò che ha lasciato oltre il nirvana raggiunto, ritornando, liberata dal peso della materia di quando il suo corpo era carne e anima, alle abitudini, agli affetti, ai luoghi.

Cuore cavo è la storia di un suicidio e di ciò che segue. Una folgorante invenzione della vita dopo la morte: la nostalgia, l'amore, la frequentazione "fantasmatica" delle persone care, la solitudine e l'incomunicabilità, in un aldilà cupo e ribollente, senza pelle e senza sensi, dominato da una natura crudele, che sfalda i corpi, ma anche da una vita ostinata che a questa morte si sottrae.

E, mentre Dorotea da viva si nascondeva, viveva la sua infelicità all'ombra di quella della madre, e se ne sentiva responsabile e impotente, mentre medicava la sua paura del mondo da cui si sentiva sradicata e allontanata e lo depurava in un'apatia indotta da farmaci, in quell'oltre indicibile, per il quale Viola Di Grado ha trovato le parole, può ricordare senza tormento ciò che è stata e non sarà più. 

Da quel nulla immateriale che è diventata, osserva com'è da morta, accanto ai vivi che non vuole abbandonare, come se il dissolvimento nella morte le avesse restituito la capacità di provare compassione e condivisione e allo stesso tempo di ricomporre ciò era stata e ciò che è.

"Equivalgo a tutto il resto, come accade a chi non è più nulla. Sono una libera associazione, una figura vuota, un album da colorare. Ma anche se sono uno sguardo volatile fuori dal mio scheletro, posso tornare dentro la mia gabbia toracica quando voglio. Posso stringere il metacarpo e le falangi come quando tenersi per mano era consolante. Posso fare tutte queste cose perché io e il mio scheletro ci amiamo: siamo in una specie di relazione aperta, e io sono gelosa di tutti gli insetti, del vento e della pioggia, dei batteri anaerobi."

Eppure in ogni momento della sua vita e in ogni pagina di questo diario di morta, mentre osserva il disfacimento di esistenze, la sua prima di altre mentre bambina, poi adolescente, infine giovane donna, vive incrostata nelle assenze, nei vuoti, la morte è sempre lì, presenza quotidiana e ricorrente.

 Anche  il suo suicidio è il gesto ricorrente di una genealogia di donne infelici, che coltivano la depressione come un rifugio, e se ne vanno per scelta come ha fatto lei.

L'acqua è il luogo delle morti. Per affogamento, svenamento, dissanguamento. Ma anche acqua come riconsegna al luogo della nascita, come a chiudere il ciclo di un eterno ritorno.

"Sono nata di parto naturale in una vasca da bagno e sono morta di morte innaturale nello stesso posto."

Una grande prova letteraria che si appropria dello splatter in modo ossessivo e ne fa codice non solo linguistico ma restituito al suo significato originario: far vedere le cose nel loro disgregarsi, dissolversi, mostrare l'orrore della corruzione che vive dentro.