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Il primato della leggerezza

Autore: Gaia Puliero
Testata: Nigrizia.it
Data: 17 giugno 2013

“Italiana, signor mio, italianissima!”. Avrebbe potuto essere la battuta di un brillante film di Totò. Invece è nel titolo dell’ultimo romanzo di Amara Lakhous che questo spezzone radiofonico, ascoltato per caso, prende forma, associato al destino di un ignaro quanto ricercato maialino.

Torna alla ribalta con il suo mondo di immagini e la sua poetica delle periferie lo scrittore algerino – 43 anni, naturalizzato italiano – , la penna più apprezzata della nuova generazione di scrittori migranti. Contesa per un maialino italianissimo a san Salvario (Edizione E/O, pp. 160, € 16,50) è un romanzo ambientato a Torino, con protagonista un giornalista calabrese (e un maiale). Pagine che segnano un ritorno a un’Italia migrante, rievocata attraverso le peripezie di un meridionale alle prese con il nord, in un continuo scambio di livelli dialettali, primo passo verso la decomposizione della rigidità. Perché Amara Lakhous, algerino doc, è “italianissimo”, e l’Italia di oggi la vede bene. Prende forma allora – qui e negli altri romanzi dello scrittore – un mondo migrante, raccontato in perfetto stile gaddiano dai molteplici dialetti dei personaggi, italiani o stranieri. Protagonista indiscusso della sua opera, il linguaggio dà voce alla diversità e apre nuovi orizzonti di dibattito, intaccando un concetto rigido di identità nazionale: riaffermata nella sua componente storica di migrazione, Lakhous riaccende i riflettori su un’Italia molteplice, dinamica e divisa.

Filosofo di formazione e giornalista di professione, Amara rispolvera l’attualità, nella quale l’immigrazione è «solo la metafora per raccontare l’Italia di oggi». Amara rispolvera l’attualità, esibisce lo stereotipo, concretizza il malinteso. Lavora incessantemente sullo sguardo: [maschile o femminile, italiano o maghrebino, cattolico o musulmano], ogni voce concorre alla creazione di un unico quadro, dove l’immigrazione è «solo la metafora per raccontare l’Italia di oggi».

La vera novità, quella che distingue nettamente Lakhous dalle precedenti produzioni migranti, è che Italia e Algeria si incontrano all’insegna del comico.

È la prima volta che – letterariamente – il tunisino e il siciliano, la napoletana e il bengalese, l’iraniano e il romano si conoscono senza tragicità. «Non volevo raccontare la mia vita ma l’Italia», spiega lo scrittore, «e adoro ridere». La scelta stilistica rende atto di un livello di realtà ancora sconosciuta alla letteratura di genere: il mondo dei migranti residenti appare nella sua difficoltà e stratificazione ma soprattutto nella sua umanità.

L’effetto è notevole. Città come Roma, Torino – simbolo dell’Italia unita – si ridisegnano nell’immaginazione popolare all’insegna di un ritmo da commedia all’italiana: appassionato conoscitore delle pellicole di Pietro Germi (il titolo del suo terzo romanzo si rifà al celebre Divorzio all’italiana, Un pirata piccolo piccolo rievoca il film di Monicelli), è sulle corde del comico che Lakhous affronta i suoi temi portanti.

«Scrive romanzi che non si sa bene come prendere», cesellava nel 2006 Paolo Fallai per il Corriere della Sera. In quell’anno, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio scalava imprevedibilmente le vendite. Fu la legittimazione nella letteratura italiana, confermata, a pochi mesi di distanza, da importanti riconoscimenti: il Premio Flaviano, il Premio Racalmare Sciascia, e, emotivamente forse a lui più caro, il Premio delle biblioteche algerine.

Al di là del loro innegabile valore editoriale, questi riconoscimenti gratificano un lavoro che è l’incarnazione letteraria della migrazione. Convinto promotore di una “cittadinanza della lingua”, come scelta estetica (e politica) da contrapporre alla semplice cittadinanza “di diritto”, Amara oltrepassa le frontiere anche fuor di metafora: autore di tutti i suoi libri pubblicati in italiano e in arabo (i testi non sono tradotti ma riscritti, per edizioni distinte), la sua parola passa dall’Italia, all’Algeria, alla Francia, all’Europa.

Una piccola riconquista letteraria che riposiziona a zero la bilancia geografica della storia e ricrea nuovi equilibri.

Amara, lei dice che quando parla d’Italia le sembra di parlare di Algeria. Cosa intende?

Italia e Algeria sono due paesi in crisi, e i paesi in crisi si assomigliano. Mi trovo spesso ad affrontare qui situazioni già vissute in Algeria, a ricevere le stesse risposte e ascoltare gli stessi pregiudizi sugli immigrati che ho visto nel mio paese. Algeri nel 2009 visse un forte problema di immigrazione: moltissimi cinesi arrivarono per lavorare, le bagarre per la strada con gli algerini erano all’ordine del giorno. L’Italia, come l’Algeria, ha un grosso problema di memoria storica: entrambe hanno dimenticato il loro passato.

Il recente Forum sociale mondiale di Tunisi ha dato qualche speranza per far rifiorire i principi della Primavera araba. Tempo fa affermava che la primavera algerina è ancora lontana: cambia qualcosa, esiste un fermento letterario?

La parabola della letteratura algerina è lunga. Durante la guerra d’indipendenza (1954-1962) la produzione era soprattutto di scrittori francofoni, che cercavano di offrire il punto di vista dell’algerino. Poi, durante il governo socialista e fino agli anni Settanta, la letteratura – pur essendo di sinistra – svolse un ruolo di propaganda. La caduta del muro di Berlino produsse effetti anche da noi: con la fine del partito unico si cominciò a sviluppare una letteratura d’“urgenza”, per raccontare cosa stava succedendo. Dagli anni ’99-2000 esiste una maggiore libertà. Sono nate nuove case editrici, non è più necessario chiedere il permesso per pubblicare, nei contenuti c’è la volontà di superare il tabù.

Intende questo quando dice “italianizzo l’arabo e arabizzo l’italiano”?

Sì. Quello che voglio fare è promuovere la conoscenza. Ci sono valori che vorrei comunicare, come la nonviolenza: esistono affezioni che dobbiamo rivedere, contestualizzare. Con Le cimici e il pirata (il testo, scritto in arabo nel 1994, pubblicato a Roma in versione bilingue arabo-italiana nel 1999 da Arlem edizioni, poi ripubblicato nel 2011 da E/O sotto il titolo Un pirata piccolo piccolo, ndr) ho anticipato quello che successe in Algeria. Ripubblicare il libro dopo 17 anni ha avuto per me questo senso.

Scontro di civiltà ha ottenuto un premio in Algeria quand’è stato presentato nel suo secondo titolo (originariamente Come farsi allattare dalla lupa senza farsi mordere, ndr.): il mio romanzo scritto in arabo, riscritto in italiano, ripassa in Algeria, e quindi in Francia grazie alla traduzione di Elise Gruau. Da un punto di vista letterario, e lo dico con estrema modestia, sono un caso unico.

Vorrebbe esportare la commedia all’italiana in Algeria...

Sarà un progetto entusiasmante, una grande sfida! Non ne posso ancora parlare molto perché il cantiere è aperto, fa parte dei molti progetti che porto avanti insieme. Come nasce quest’amore? Io amo ridere! Nel 1989, finita la maturità ho cominciato a studiare filosofia. Quattro anni dopo (con lo scoppio della guerra civile, ndr) mi sono reso conto che non era possibile inquadrare la società algerina. In Italia mi sono convinto che anche la società italiana è incomprensibile. Le commedie degli anni Sessanta raccontavano la realtà con una leggerezza necessaria. La commedia è per me il mezzo essenziale per affrontare le cose. L’Algeria ne ha bisogno, sarà una vera e propria rivoluzione.


Nei suoi libri le rivoluzioni non mancano. Suzanne Ruta ha definito Divorzio all’islamica in viale Marconi un romanzo femminista. Che ne pensa?

È una cosa che mi ha fatto molto piacere. Dopo Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio, che ho scritto per portare uno sguardo sull’Italia, Divorzio all’islamica è uno sguardo al mio paese, alla mia cultura d’origine. Ho usato la stessa metodologia di curiosità. Nella mia cultura, musulmana e khabil, lo sguardo è sempre maschile: è l’uomo, che “vede”. Safia, invece, afferma che abbiamo bisogno di un’interpretazione femminile del Corano: volevo contrapporre allo sguardo maschile dominante un’altra interpretazione. Il machismo è molto presente anche in Italia. Basta assistere a qualche spettacolo televisivo. Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo.

Bernard Magnier, tra i principali “africanisti” francesi, ha detto che la nuova letteratura africana è una letteratura di cittadinanza. Lei afferma di essere “cittadino della lingua italiana”.

La cittadinanza linguistica non ha niente a che vedere con la propria nazionalità. È questa la cosa più bella! Una lingua te la scegli, è qualcosa che abiti solo tu e di cui non devi rendere conto a nessuno: non è come la cittadinanza che ti impongono o che lotti per ottenere, per la quale devi dimostrare di avere le carte in regola, di essere nato in un luogo preciso, da genitori appartenenti a quella nazione... No! È una scelta senza frontiere, in piena libertà.

Lei che parla perfettamente francese ha preferito farsi tradurre in questa lingua. C’è un motivo particolare?

Non so cosa avrei fatto se fossi immigrato in Francia. Di sicuro, avrei continuato a scrivere. Una cosa è certa: l’italiano mi ha dato da subito una libertà che il francese non avrebbe potuto garantirmi: è una lingua che ho scelto io, che non mi è stata imposta durante il colonialismo. L’Italia non ha colonizzato l’Algeria.

Scrivere in una terza lingua non sarebbe fattibile, e fra l’altro ci sono già tanti autori che lo fanno meglio di me. Io voglio esplorare altre strade, cercare altri sguardi.