Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Massimo Maugeri, Trinacria Park

Autore: Giorgio Morale
Testata: La poesia e lo spirito
Data: 20 giugno 2013

Un giallo, un noir, un romanzo realistico, un romanzo psicologico con sfumature horror: questo e altro è Trinacria Park di Massimo Maugeri, un pastiche di generi che compongono una sorta di roman philosophique capace di svolgere un approfondito discorso cum figuris sul nostro tempo.

Il romanzo inizia con un nostos, topos tra i più ricorrenti e produttivi della narrativa siciliana, da Verga a Brancati, da Vittorini a D’Arrigo. Il ritorno all’isola anzi trova espressione emblematica in una scrittura controllata che ben esprime la piena del sentimento:

Quando mette piede a terra Gregorio Monti avverte qualcosa di simile a un capogiro. Senso di disorientamento, forse, renderebbe meglio l’idea. Lui lo chiama effetto isola…

Non è un capogiro, no. E nemmeno senso di disorientamento. E’ altra cosa, l’effetto isola. E’ amore per il luogo in cui si è nati, è nostalgia per un passato irrisolto, è senso di colpa per scelte incerte e opinabili. E’ tutto questo a altro ancora (pp. 16-17).

La narrazione prosegue con un indiavolato intreccio di storie e personaggi dominato da grande sapienza compositiva, che vede i preparativi, la realizzazione e l’inaugurazione del Trinacria Park, un parco divertimenti degno di fare concorrenza a Disneyland. Il luogo è quel di Montelava, una piccola isola siciliana mantenutasi selvaggia e dimenticata dalla storia e dal progresso. L’epilogo vede la dissoluzione del progetto.

Questa in estrema sintesi la storia, condotta da tre donne assimilate alle tre Gorgoni del mito; nella quale non c’è episodio, dialogo, descrizione che non apra squarci di significato. Il tutto tenuto insieme da una scrittura solida che alterna scene e sommari, flash back e anticipazioni, brani lirici e riflessioni. Ugualmente grande è la capacità mimetica nel rendere l’idioletto dei vari personaggi: il monologo interiore di Manuel Veltri ossessionato dai sensi di colpa, la parlata romanesca e siciliana di un regista e di un’attrice impegnati nell’isola per la realizzazione di un film, la retorica dei discorsi del politico di turno, il delirio della terrorista.

Ne risulta una vicenda avvincente come un giallo attraverso la quale l’autore realizza un apologo sulla società contemporanea e sulla nostra civiltà, scorciandone il profilo dall’età del mito ai giorni nostri e facendo della Sicilia non solo una metafora ma il simbolo di una civilizzazione e di una condizione umana affermata con un sillogismo:

E’ l’uomo moderno a essere individualista…(Io – e i siciliani) sono individualista… i siciliani sono molto moderni. (p. 75)

Massimo Maugeri ha occhi aperti alla cultura contemporanea e al contempo alla tradizione della sua terra, pertanto applica all’epoca post-moderna la sofisticheria siciliana per dimostrarci che, per quanto avanti si possano spingere i tempi, la Sicilia è sempre lì ad aspettarci con la sua antropologia e con un destino profetico che parte da lontano: essere “un ponte naturale che unisce popoli e culture”, un ponte creato dalla natura e che al contempo incarna il sogno vivente dell’età della globalizzazione. E adesso questo sogno ha una realizzazione: il Trinacria Park, nel quale il sogno diventa realtà. Un sogno reclamato come bisogno da soddisfare, secondo i dati forniti dal marketing e dall’industria del divertimento, e in cui confluisce tutto, dalla Storia al Mito, per essere miscelato per i fini superiori del profitto.

Un sogno frutto di una meravigliosa miscellanea di storia, tradizione, arte, spettacolo, cultura, tecnologia (p. 160).

Così il Parco offrirà in pochi chilometri quadrati una sintesi della Sicilia e della sua storia, disponibili all’umanità nella riproduzione virtuale di una copia di fronte alla quale il vero scolorisce. Così il mondo vero diventa una favola, anzi una favola al quadrato, visto che un intero canale televisivo è dedicato a riprendere e diffondere la vita del Parco e la sua buona novella. Così questa favola diventa l’epilogo di una civiltà che comincia con il Mito e si conclude con il trionfo della tecnica: alla confluenza di un traffico di uomini e merci, di interessi criminali e politici, di risorse tecnico-scientifiche e artistiche, benedetto dallo star system internazionale e dai poteri nazionali e locali.

Diventa un progetto politico-culturale – “Il sogno è qui” – (p. 127) a cui vengono affidati speranze di palingenesi e desiderio di rivalsa e di riscatto del sud. Un sogno in fondo al quale però si teme la ripetizione di antichi mali: la possibilità che anche il Trinacria Park sia l’ennesima illusione, il frutto di una nuova manipolazione, la nuova cattedrale che alimenterà nuovi e più aridi deserti.

D’altra parte cos’è il Trinacria Park se non un’alterazione dell’isola in cui è sorto, occupandone l’intero spazio? (p. 171)

La morte sembra costituire un nocciolo di verità sottostante a questa finzione. Marina Marconi conduce la diretta televisiva dal Parco ma tra una battuta e l’altra pensa alla morte del padre. L’attore Manuel Veltri recita e intanto ha fissi in mente i corpi morti di moglie e figlio. Monica Green esercita il suo potere di direttore del Parco ma nasconde sotto la facciata la morte dei genitori. “C’è una cosa che vi accomuna” dirà Angela Metis “la morte di qualcuno che avete amato” (p. 185). Questa idea sembra trovare conferma nello scoppio dell’epidemia che scombina tutti i piani e miete vittime anche illustri nel Parco, senza nessun rispetto per i rapporti sociali, come è nella sua tradizione storica e letteraria. Sembra di assistere al crollo di tutte le apparenze e all’emergenza di una verità che giace al fondo, che sancisca il trionfo della naturalità dei flussi corporei e della fisiologia.

Ma anche nella morte penetra la falsità e l’indecenza, basti pensare alle scene che precedono la morte dei genitori di Monica Green, che pure sono celebrati campioni dell’industria cinematografica hollywoodiana. Basti pensare a come risultino infondati i sensi di colpa nutriti da Manuel Veltri, quando scopre che non per amore del marito cha l’aveva trascurata la moglie ha ucciso sé e il figlio. E basti pensare a come l’industria dello spettacolo si appropri della stessa colossale tragedia dell’epidemia che sconvolge il Parco:

Siamo nell’occhio di un ciclone… L’unica possibilità di salvezza è conquistarsi uno spazio nel suo centro esatto e raccontarlo. In altri termini: la tragedia è colossale, i danni incalcolabili, ma una trasmissione di questo tipo assicurerebbe introiti pubblicitari immensi (p. 187).

La conclusione da una parte ci dice che “la verità è fittizia, che ciò che sembra non è ciò che è” (p. 217). Dall’altro l’isola ritorna ad additarci un destino: “E’ tutto, l’Isola. Tutto e il contrario di tutto” (p. 224), a ricordarci che “non sempre è facile discernere ciò che è falso da ciò che è immaginario. O immaginato” (p. 224). Anche quello che è stato contrabbandato come uno scoop destinato ad attribuire una autentica benemerenza culturale al Parco, il ritrovamento di un antico poema sulle tre Gorgoni, si manifesta essere un falso. E il canto struggente di E vui dormiti ancora di Formisano e Calì, che Gregorio Monti sente mentre lascia l’isola chiudendo il cerchio degli eventi aperto dal suo ritorno, esprime la conferma di questa duplicità: siamo immersi in un sogno – o un sonno – amoroso: “dormire… forse anche sognare, l’impedimento è qui”.