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Intervista ad Amara Lakhous

Autore: Suzanne Ruta
Testata: Positanonews
Data: 26 giugno 2013

Nato a Algeri 1970, Amara Lakhous arriva a Roma nell ottobre ‘95, in fuga dalla guerra civile nel suo paese. L’ho conosciuto a Roma, primavera 2006, alla presentazione del suo primo romanzo scritto in italiano, Scontro di Civiltà per un Ascensore a Piazza Vittorio.
Scrivevo in quel tempo un romanzo sull’Algeria, paese dove non sono mai stato. Avevo molte domande per lui, ma per timidezza, forse, non ho parlato del mio lavoro. Dal principio la nostra conversazione ha preso la forma di intervista amichevole.
"Da dove hai preso il tuo talento umoristico?", ho chiesto alla prima intervista. Scontro di Civiltà si apre con la diatriba appassionata di un cuoco iraniano, profugo politico a Roma, contra la cucina italiana. Odia specialmente la pizza. Dalle prime righe, un romanzo divertente e furbo.
"La commedia è un strumento di combattimento", Lakhous risponde subito da bravo algerino. I combattenti della lunga guerra di liberazione nazionale (1954-62) hanno segnato il pensiero, il linguaggio algerino per  cinquant’anni. Lakhous, cittadino italiano, e sempre un combattente - alla difesa dei diritti degli emigrati. Un paladino spiritoso della nuova italia, secolo XXI. 
Scontro di Civiltà per un Ascensore a Piazza Vittorio (edizioni e/o) presenta voci mai sentite prima nella letteratura italiana, una badante peruviana, il cuoco iraniano, un pescivendolo del Bangladesh.
Romanzo best seller, due volte premiato (Flaiano, Racalmare/ Leonardo Sciascia). Tradotto in diverse lingue. Film dal stesso titolo della regista Isotta Toso.
2010 romanzo: Divorzio al Islamico a viale  Marconi (edizioni e/o) nel quartiere egiziano di Roma, una bella storia di amore e di spionaggio, fra un siciliano arabofono e una bella egiziana nel hijab. Romanzo elogiato nel New York Times: Lakhous occupa nell’Italia il ruolo di grande scrittore come Tahar Ben Jelloun e Amin Maalouf nella Francia, aprendo finestre fra mondi racchiusi in sé.
2013, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario.  Edizioni e/o Un doppio giallo: Chi sono i colpevoli a Torino di una serie di omicidi di emigrati rumeni e albanesi? Chi ha introdotto il maialino nella moschea del quartiere?
Lo scrittore italo-algerino, sempre in giro per l’ Europa, i paesi arabi, Stati Uniti e l’Australia, è arrivato a Salerno questa settimana per la prima volta.
E' il momento per un’altra conversazione-intervista, via email:

Come spieghi il tuo successo nel paese di adozione? Sarà che l’Algeria ti ha preparato a comprendere subito l’Italia? Anzi, perché hai scelto l’Italia come paese di rifugio? La conoscevi già, primo di venire? Dai libri, dal cinema?

Più che un paese di adozione, l'Italia è una vera patria. Certo, ho anche un'altra: l'Algeria. In realtà, non riesco ad avere una sola lingua, una sola cittadinanza, una sola identità, una sola patria. Mi piace pensare e vivere al plurale, senza chiusura, paura e gabbie. L'Algeria e l'Italia si assomigliano molto. Hanno in comune pregi e difetti, come ad esempio la difficoltà di fare i conti con la memoria, la paura di guardare il futuro e la mancanza del buon senso. Ho trovato una grande facilità ad inserirmi in Italia, prima di tutto sul piano linguistico, infatti mi sento perfettamente integrato linguisticamente. Per questo scrivo in Italiano. Ovviamente c'è il cinema italiano, soprattutto la commedia all'italiana che mi è ha aiutato a capire gli italiani (anche gli algerini) e mi ha dato una chiave narrativa straordinaria per scrivere i miei romanzi.

L’eroe  del ultimo romanzo si chiama Enzo Laganà. Nato a Torino, è figlio di un padre emigrato da Cosenza negli anni 50 per lavorare alla FIAT.  Enzo, single di 35 anni, ha i suoi difetti. Come giornalista per la cronaca nera di un grande giornale è un po' cinico. Inventa non solo le notizie ma anche le fonti, le tante  gole profonde che rinfrescano la commedia del romanzo. Come amante è timido, accarezza la ragazza col mignolo. Ma questo “terrone di seconda generazione”, come si chiama, ha un lato simpatico.  Non dimentica la storia della famiglia calabrese, le offese sofferte al Nord del padre operaio emigrato del Sud. Sarà per questo che il figlio coltiva rapporti di amicizia e di buona volontà con i tanti emigrati di Africa e dell’Asia che sono suoi vicini a San Salvario nel 2006?

Laganà, diversamente dalla maggioranza degli italiani, non ha paura di confrontarsi con la diversità. È molto felice di abitare a San Salvario, un quartiere torinese multiculturale per eccellenza. Non teme i fantasmi del passato e guarda con tanta curiosità al futuro. Per fare questo, bisogna evitare di scappare di fronte alla memoria. Le ferite della memoria vanno curate. Nel mio romanzo si parla molto dell'emigrazione meridionale a Torino, un tema fondamentale per affrontare le sfide di oggi. Laganà è una sorta di guida ideale per rivisitare la memoria italiana fatta di emigrazioni interne e esterne. Quanti italiani sanno che alla fine del 18° secolo, migliaia di veneti (non meridionali) sono partiti come immigrati per la Romania per fare i muratori? Quanti italiani sanno che nel 1834 Giuseppe Garibaldi è stato rifugiato politico a Tunisi?

Laganà e l’Italiano  tipico? O un sogno del’autore, una lezione offerta al pubblico?

Chi è Laganà? Laganà c'est moi! Ad ottobre compirò 18 anni. Sono ancora minorenne per poco. In fondo, essere immigrato è come avere due vite, morire simbolicamente e rinascere magari già adulto. Un'esperienza straordinaria. In questi anni ho costruito una parte nuova della mia identità, tutta italiana, ne sono molto orgoglioso. È un'identità nuova che ho costruito da solo, con il mio sudore, con la mia volontà e passione. È diversa dalle mie altre identità berbera, araba, musulmana che ho ereditato dai miei genitori. Enzo Laganà è il mio bottino di amore e di conoscenza, la mia ricompensa, il mio premio. Tornerà anche l'anno prossimo per raccontarci un'altra storia, ambientata sempre a Torino. Forse dopo si muoverà dalla sua città natale alla ricerca di nuove storie e nuovi luoghi.