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"Salvare Mozart" di Raphaël Jerusalmy

Autore: Mario Leone
Testata: Il Foglio
Data: 10 luglio 2013

Luglio 1939. Salisburgo. Le mura di un fatiscente sanatorio ospitano decine di malati disposti su due piani: i moribondi al secondo, i “più sani” al primo. Le condizioni di vita non sono semplici: la guerra, con le sue barbare dinamiche, entra anche in un luogo di sofferenza. In questa realtà si sta consumando lentamente la vita di Otto J. Steiner, scontroso critico musicale di origine ebrea, affetto da tubercolosi. Unica compagna in questo lento viaggio verso la morte è la musica, quella di Mozart e il melodramma, che illuminano le giornate e i sogni del protagonista: “Ricordo centinaia di arie, i testi di tutte le grandi opere in italiano, in tedesco, in francese, i nomi dei maestri e delle dive, gli applausi. Mi risuonano nella mente. Mi battono sui timpani”. Steiner tiene con sé un diario dove appunta quello che succede, una sorta di confessionale dove poter sfogare rabbia, paure e anche un sempre più crescente desiderio di morire. Intanto la guerra avanza, la politica hitleriana mostra le sue contraddizioni ma anche le sue fini strategie propagandistiche. Una di queste sarà l’ingerenza dei nazisti sul famoso Festspiele, il festival musicale di Salisburgo che ogni anno si celebra nel suo tempio: il Mozarteum. Steiner non ci sta: “Fare del Festival un volgare strumento di propaganda comune, un trastullo da caserma è proprio il colmo. Prendere Mozart in ostaggio. Svilirlo a questo modo (…). Stavolta hanno superato ogni limite! Non si può mica tollerare una cosa simile (…). Costi quel che costi. Bisogna salvare Mozart”. Salvare Mozart sarà per Steiner come provare a salvare se stesso e a incidere sulla storia. Con il passare dei giorni e nel peggiorare della malattia prenderà corpo il progetto di un vero e proprio attentato musicale studiato e pensato nei minimi dettagli (da buon giocatore di scacchi), costruito tra i dolori della malattia e la presenza dei compagni di sventura, sognati come “scheletri con pigiama a righe che suonano Schubert all’ingresso della sala da pranzo”, testimoni inconsapevoli del progetto. Le pagine di diario, che diventano più incalzanti secondo l’umore e le condizioni di salute del protagonista, sono la testimonianza di questa lotta per opporsi alla menzogna.  Un tentativo che ricorda “Il potere dei senza potere” di Václav Havel, dove un umile ortolano decide di opporsi al conformismo diffuso con il semplice gesto di togliere dalla vetrina della sua bottega lo slogan imposto dall’ideologia totalitaria.  Così facendo “l’ortolano non ha messo in pericolo la struttura del potere a causa della sua importanza ‘fisica’ o del suo potere oggettivo, ma in quanto il suo gesto ha trasceso la sua persona, ha fatto luce intorno a sé”. Così accade per Otto Steiner. Il suo piano geniale getterà luce sulla mendacia e l’ignoranza di un potere vacuo e rozzo.
Sorprendente ed esaltante, questo primo romanzo di Raphaël Jerusalmy assomiglia al suo autore. Ex ufficiale israeliano dell’intelligence, oggi vende libri antichi a Tel Aviv. Il testo sconvolge per l’efficacia, il tono sobrio, la radicale ironia e il ritmo febbrile, ma anche per la grande padronanza e leggerezza della scrittura.  Raphaël Jerusalmy descrive un mondo dove la menomazione fisica non coincide con un minore valore intellettuale e umano, ed è un mondo delle cui sorti siamo un po’ tutti responsabili. Come scrive il protagonista a suo figlio Dieter, verso la fine del romanzo (tradotto da Gaia Panfili): “Questo scherzo da goliardi sarà stato il mio unico atto di resistenza. Non ho ucciso Hitler. Né salvato Mozart. Eppure ho la sensazione di aver compiuto il mio dovere. Ho soltanto voluto impedire che una voce venisse zittita. Un’unica voce tra migliaia di altre che però, se soffocata, avrebbe spento la musica dentro di me. E ogni musica”.