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SETTANTA ACRILICO TRENTA LANA - Viola Di Grado

Testata: La Lettrice Rampante
Data: 17 luglio 2013

Quando ho detto che stavo leggendo Settanta acrilico trenta lana, sono stata sommersa da commenti diametralmente opposti: a me è piaciuto tantissimo, io l'ho abbandonato  metà, è un libro terribile, è un libro incredibile. E solitamente, quando un romanzo genera pareri ed emozioni così contrastanti, nel bene o nel male qualcosa da dire ce l'ha.

La prima sensazione che si prova una volta iniziata la lettura è quella di trovarsi dentro a un vortice, che gira, gira, gira, come i cestelli della lavatrice di cui Camelia, la protagonista di questo romanzo, traduce i manuali di istruzioni. Un vortice che non sai quando si fermerà, che ti tiene in sospeso e non ti lascia cadere e che poi, anche quando finalmente si ferma, ti fa girare la testa ancora per un bel po'.

Al centro di questo vortice c'è proprio lei, Camelia, che vive sotto il cielo perennemente grigio di Leeds e che si aggrappa alla vita e a quello che la circonda come può, nonostante la morte del padre, in un incidente d'auto insieme alla sua amante, nonostante l'assordante silenzio della madre nei giorni, settimane e mesi successivi all'incidente. Cerca di resistere: si trova un lavoro, si occupa della madre, ricomincia a studiare cinese. Poi si innamora, ma qualcosa non va come vorrebbe e questo suo vortice inizia a girare  ancor più velocemente, troppo velocemente, al punto che la ragazza si sente quasi lanciata fuori, espulsa, eliminata. Come se l'oblò della lavatrice fosse rimasto aperto e lei fosse stata buttata fuori dalla sua vita, senza che abbia possibilità di rientrarci, a meno di non compiere qualcosa di estremo.

"Provateci a farmi vedere che è la bellezza che cerco. Come se io fossi così banale. La bellezza c’è già. C’è dappertutto. La bellezza Dio l’ha fatta in sei giorni e da allora non se ne va più, c’è in tutto quello che ti cresce intorno senza permesso. La bruttezza invece ci vuole l’uomo per farla, è una forzatura, una stortura dell’ordine cosmico. Ci vuole l’uomo per sparare il cemento sulle gardenie. "

La cosa che più stupisce e destabilizza di questo romanzo è l'incredibile stile dell'autrice, soprattutto se si considera la sua giovane età. Fin dalla prima pagina  ti ritrovi nella testa di Camelia, in mezzo ai suoi deliri che poi alla fine così assurdi non sono; in mezzo alle sue descrizioni spesso brutali, alle sue angosce, alle sue parole, ai suoi linguaggi fatti di ideogrammi, di sguardi, di silenzi e di gesti sicuramente eclatanti; in mezzo a situazioni grottesche, esasperate, esagerate. Lo stile fa parte della trama, la sostiene, la porta avanti, al punto che diventa quasi la trama stessa.

Eppure riesco a capire benissimo anche chi abbia scelto di abbandonarlo, perché Camelia non è la prima ragazza a cui muore il padre, non è la prima ragazza i cui genitori non andavano d'accordo, non è la prima ragazza la cui madre dà di matto di fronte al dolore, né la prima che riceve una delusione d'amore. Non è la prima che entra in un vortice, insomma, eppure mica tutti finiscono così.  E certi suoi atteggiamenti, certe sue decisioni e reazioni, certi suoi contorti pensieri possono irritare. Però credo che anche queste reazioni siano volutamente provocate.

Sicuramente non consiglierei la lettura di questo libro a chiunque. Perché è un libro che disturba e che ti ferisce e posso capire che non tutti abbiano voglia di stare così dopo una lettura.
Ma per chi sta cercando un libro scritto con uno stile innovativo, nuovo, che lo trascini, lo sballottoli e gli tolga il fiato, beh, questa è una lettura perfetta e incredibile.