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“La macelleria degli amanti” di Gaetaño Bolán

Autore: Iacopo Accinni
Testata: Flanerì
Data: 19 luglio 2013

Sei in caduta libera e sei solo un peso morto. Tre secondi e sarà tutto finito. Un grido afono e le parole si vengono a perdere, a mischiarsi con l’aria circostante. Solo il rombo del motore dell’aereo che si allontana, una divisa militare di un regime, quello cileno, ormai niente più che un punto nero lontano. Utilizziamo le parole per non dimenticare e Gaetaño Bolán lo fa magistralmente in un piccolo e breve romanzo, dalla illimitata potenzialità. Con La macelleria degli amanti (Edizioni E/O, 2013), ci immergiamo in un’apnea silenziosa e passionale, con parole che ci stringono e ci avvolgono.
Questo è il racconto di Tom, un bambino vivace e sereno come tanti altri. L’innocenza di un bambino che sa sognare e sa scrutare. Peccato che sia cieco sin dalla nascita. È entusiasta della vita come pochi a questo mondo. Tom è il figlio di Juan, il macellaio del villaggio. Poi ci sono Chico, il barbiere e Dolores, l’istitutrice. Tom è fiero del suo villaggio, ma custodisce un segreto.
Bolán ha una dote invidiabile: poche pennellate, appena tratteggiate, e riesce ad alzare la tensione in chi legge. La storia la fa da padrona. Un racconto tenero e crudele, il dolore delle spine che ti si vengono a conficcare nei polpastrelli.
La paura inizia a serpeggiare rapidamente tra i vicoli bui a sera, la lettura si fa intensa e sempre più penetrante. Al villaggio sono arrivati nuovi uomini a bordo delle loro macchine. Le persone iniziano a scomparire. La perdita di gioia, la violenza che viene a deturpare il quotidiano sono solo la maschera più evidente dell’orrore.
È un testo delicato, ponderato, sudato. Un piccolo spartito musicale che ha il suono della giustizia. I personaggi paiono vivi, quelli della porta accanto, dipinti fin nei più intimi particolari, nel loro attaccamento alla vita. Da questo romanzo breve, Bolán lascia sprigionare una speranza d’amore, di vita, nonostante la fine tragica e l’ombra omertosa lasciata da un regime opprimente. Quella di Bolán è una scrittura minimalista, essenziale, pungente, che non ha niente di lirico. Frasi corte e capitoli di quattro pagine al massimo che vedono un concatenarsi di scene il cui contenuto viene a fondersi tra poesia e realismo.
È nella semplicità che troviamo la grandezza di questo brevissimo romanzo. La storia di una nazione vista con gli occhi di un bambino. Occhi che hanno il sapore della notte. È il Cile dittatoriale di Pinochet la sconvolgente sceneggiatura di questa tragedia greca. Guai a dimenticare.  Dietro alla normalità e alla poesia, c’è il dramma. Una volta richiuso il libro, il cuore e i pensieri si stringono in una riflessione pungente, fredda e lancinante.