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Antonio Boggia: il serial killer dell'Italia unita

Autore: Lara Crinò
Testata: Il Venerdì / La Repubblica
Data: 30 agosto 2013

Un romanzo-documento che racconta un pezzo di storia d'Italia, L'estro del male di Alberto Paleari, ma anche un'indagine sull'insondabilità della mente umana, sull'ipocrisia del potere, sulla morbosità delle masse. Al centro del racconto la vita, le tristi imprese e la morte di un assassino milanese che fu il primo serial killer dell'Italia unita: Antonio Boggia, autore di quattro efferati delitti, condannato a morte per impiccagione nel 1862 sotto Vittorio Emanuele II. Il suo cervello finì tra le mani di illustri medici lombardi che, in tempi di indagini frenologiche, non vi trovarono anomalie. Antonio Boggia era, come molti criminali, un uomo banale, un vedovo amante dei banchi di chiesa, che i conoscenti consideravano «gentile». Se non avesse confessato, i suoi concittadini non avrebbero mai scoperto i suoi delitti, né rievocato le sue gesta sui giornali, come La Lombardia, o fantasticato sulla sua ferocia grazie agli instant book dell'epoca (tutto materiale a cui Paleari ha attinto per interpretare la vita di Boggia, spinto da una vera «ossessione» narrativa). Lontano dalla spettacolarità di un Jack Lo Squartatore (il celebre assassino che agirà a Londra alcuni decenni dopo) Boggia amava l'assassinio senza clamore. Uccideva, come disse al processo, seguendo un estro preciso e profondo. Inseguiva il modesto patrimonio delle vittime: i risparmi di un giovane fattorino, quelli di due borghesucci di mezza età, le proprietà della vecchietta che l'aveva scelto come amministratore. Nato povero sul Lago di Como, nella Milano austroungarica Boggia fece tutto con scarso successo: il trovarobe, il muratore, il piccolo imprenditore, il portiere. Sempre a corto di danée, inanellò i delitti nel corso di dieci anni, dal 1849 al 1859; tre delle vittime finirono sepolte nel pavimento di un magazzino della stretta Bagnera, nella centro della città. Quel che lo tradì, dopo l'ultimo omicidio, furono i sospetti del figlio della vittima, non meno avido di soldi di lui. E così, finito in galera, Boggia confessò la sua carriera criminale e finì sulla forca.