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Lo scienziato avventuriero che sconfisse la peste nera

Autore: Piero Melati
Testata: Il Venerdì / La Repubblica
Data: 5 settembre 2013

All'inizio degli anni Venti lo studente di Medicina Louis-Ferdinand Céline ottenne uno stage all'Istituto Pasteur. Lo mandarono a studiare alghe e batteri in Bretagna. Scrisse una tesi di laurea sull'igienista ungherese Ignaz Semmelweiss. L'uomo aveva scoperto che lavarsi le mani in una bacinella con ipoclorito di calcio, interposta tra la visita alle donne incinte e una autopsia di cadavere, azzerava l'alto tasso di mortalità delle puerpere. Per quarant'anni nessuno gli credette, nonostante lui stesso immerse le mani dentro un morto, infettandosene, per provare l'origine del male. Dovette arrivare Louis Pasteur, a dimostrare la giustezza dei suoi studi. Nel frattempo, Semmelweiss era stato chiuso in manicomio, e ucciso dalle percosse del personale. Quando Céline scrisse la tesi, ignorava che della banda storica di pasteuriani era rimasto un unico superstite, che aveva contribuito, tra l'altro, alla scoperta del vaccino antirabbico. Ogni giorno, la porta del mitico istituto gli veniva ancora aperta da Joseph Meister, primo bambino affetto da rabbia ad essere miracolato da Pasteur. Per fedeltà al suo salvatore, era divenuto il portinaio dell'edificio. Quando i nazisti occuparono Parigi, si rifiutò di accompagnarli nella cripta dove riposava Pasteur. E piuttosto, si suicidò con un colpo di pistola. Quell'ultimo superstite si chiamava Alexandre Yersin, terzogenito di una famiglia valdese. Non pago di essere il prediletto di Pasteur, dopo le prime scoperte lo aveva abbandonato per darsi all'avventura. Diventò prima medico di bordo in Indocina, poi esploratore di valli, fiumi e giungle sconosciute, dove colonne di milioni di formiche marciavano senza deviare mai di un metro, al punto che gli indigeni Mio dovevano spostare i loro villaggi. Da uno di questi, appena saccheggiato, Yersin si lanciò all'inseguimento di Thouk, pericoloso capobanda indocinese, fino a farsi quasi uccidere a colpi di lancia e di machete. Non bastasse, di lì a poco il fato lo colpirà come un boomerang. Come attesta lo scrittore francese Patrick Deville, oggi suo biografo (Peste & Colera, edizioni e/o). La peste: 25 milioni di morti nel XIV secolo. Il nero flagello di Omero e Tucidide, Lucrezio e Virgilio, Boccaccio e Defoe, Shelley e Manzoni, Camus e Artaud. Artaud annotò la visione del viceré di Sardegna: questi sognò la nave di appestati arrivare da Beirut, la bloccò in rada inviandola a Marsiglia, dove in effetti scoppiò l'epidemia. Così salvò i suoi sudditi. Lo tsunami che scolvolse il mondo, dal Trecento e poi per altri tre secoli e mezzo, si era attenuato. Ma riesplose in India e Giappone. Yersin fu trascinato da Pasteur sul luogo del delitto. Sospettato di essere una spia, non gli dettero i cadaveri da dissezionare. Ma, in una capanna, chino sui topi morti, stabilì il loro ruolo nella diffusione dell'epidemia. Più tardi un prete gli procurò i cadaveri, rubandoli all'obitorio. Isolò il bacillo. A Parigi mise a punto il vaccino. Corse a Guangzhou, in Cina, dove erano caduti in 150 mila. Salvò il primo appestato. Da allora il bacillo porta il suo nome, Yersina pestis.