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“Il racconto dell’anello” di Frank Stiffel

Autore: Francesca Imbriani
Testata: Flanerì
Data: 2 settembre 2013

Il racconto dell’anello (e/o, 2013) è la storia vera di Frank Stiffel, nato in Polonia nel 1915, internato nel campo di Treblinka dal 4 al 9 settembre 1941, e poi, dopo la fuga, ad Auschwitz, e che, alla fine delle ostilità, incontra in Italia la donna della sua vita.
La prima cosa importante da dire di questo libro è che non importa che sia l’autore a parlarci di sé perché quello che si percepisce immediatamente è un distacco sottile ma assoluto tra la voce narrante e le vicende narrate. Il lettore legge un racconto, non una biografia. Un racconto ancorato a terra da cavi d’acciaio fatti da date, nomi di persone e nomi di luoghi geografici, ma sempre sospeso a un metro da terra, leggero su uno strato di sentimenti e fantasie.
Per commentare una storia come questa ci si potrebbe poi soffermare sullo stile gradevole, a tratti ironico, limpido; sulla capacità dell’autore di descrivere le situazioni più tragiche con occhio umano e pietoso; sui personaggi tratteggiati con pochi elementi essenziali e caratterizzanti; ma poi si finirebbe per fermarsi lì, o almeno è lì che si ferma chi scrive, perché ogni libro, ogni racconto, ogni commemorazione della Shoah finisce per portare il lettore/spettatore a incappare in un’unica domanda: com’è stato possibile che l’uomo si sia impegnato nello sterminio sistematico dei propri simili?
Le vicende relative allo sterminio perpetrato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sono una ferita aperta nel ventre dell’Europa e lo saranno ancora per molti anni a venire. Frank Stiffel contribuisce alla creazione della grande risposta collettiva che, dalla fine delle ostilità, la civiltà sta cercando di elaborare e rispetta la promessa fatta a se stesso durante l’internamento: far sì che il mondo sappia, o meglio, che il mondo non possa distogliere lo sguardo.
Il racconto dell’anello, sottotitolato Un Kiddash, come scopriamo dalle note della traduttrice (un valore aggiunto il fatto che Maria Grazia Cappugi sia la nipote di Stiffel), è un mattoncino nel muro della memoria e, involontariamente, un libro di istruzioni per come sopravvivere a quello a cui non si può sopravvivere. Ciò che fa grande il protagonista del racconto è, infatti, il senso di umanità e pietà profonda che conserva nel corso della prigionia grazie al rispetto delle poche regole costituenti il proprio codice morale: «1) non cercare mai di sopravvivere a spese di un altro essere umano; 2) mantenere a ogni costo la propria dignità; 3) resistere all’abbrutimento di una vita in condizioni disumane coltivando dentro di sé la fiducia, la speranza e l’amore».