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Il sermone sulla caduta di Roma

Autore: Paolo Petroni
Testata: Ansa.it
Data: 13 settembre 2013

''Tuttavia dio ha fatto per te il mondo destinato ad andare in rovina e perciò ti ha creato destinato a morire'': è il concetto centrale del discorso pronunciato all'arrivo della notizia della caduta di Roma pronunciato dal vescovo di Ippona Sant'Agostino l'8 dicembre 410 che puo' far da epigrafe al romanzo del quarantenne corso Jerome Ferrari, che ha vinto il premio Goncourt 2012 e ora pubblicato nella traduzione di Albertro Bracci Testasecca.

Tutto quanto costruiamo nella nostra vita, con pazienza e pacificamente o come sfida e con rabbia, amori e cose, è destinato al declino e alla fine, come ognuno di noi, come l'impero romano, come l'impero coloniale francese, in un rimando e rispecchiarsi esemplare e significativo dell'uno nell'altro.

Non a caso la scrittura del romanzo, fatto di pensieri e sentimenti, di sensazioni e emozioni esistenziali, di osservazioni razionali e storiche, pone l'accento sul dato biologico, sul magma purulento della vita, sulla fisicità, tra l'esaltazione del far l'amore e l'abbattimento e decadenza della carne nella malattia, costruendo visioni corpose, fatte di secrezioni e verminai, di ossessioni e realtà.

Un romanzo non solare quindi, eppure con una sua fiducia nella vitalità, con una sua apertura d'orizzonti, con un suo spaziare nel tempo e nello spazio, inseguendo la vita di tre generazioni della famiglia Antonetti, dal vecchio Marcel al figlio Jacques (che sposerà con scandalo la cugina) al nipote Matthieu, senza contare le donne, madri, mogli, zie, sorelle, e la coralità degli amici. Attraverso i protagonisti seguiamo anche le vicende della Francia, della sua decadenza tra guerra e dopoguerra, tra l'occupazione tedesca e Petain e il declino cruento delle colonie.

Marcel, infatti, tenterà fortuna nell'Africa Occidentale Francese, mentre il figlio Jacques sarà funzionario e farà carriera in un remota regione africana da cui si sente oppresso e respinto. Anche perchè tutti siamo di passaggio, prima non c'eravamo, come Marcel nella foto della sua famiglia scattata prima della sua nascita quale ultimogenito, che si rende cono di non riuscire mai a ricominciare la propria vita, a prenderla in mano, visto che non è mai iniziata.

Se i suoi avi sono andati via, Matthieu invece ritorna nel paese d'origine, all'interno della Corsica, con l'amico del cuore Libero e, mettendo via la laurea, si occupa con fortuna di un bar che vorrebbe fosse un pò il migliore dei luoghi possibili, in cui tutto scorre felicemente, dai soldi nella cassa agli incontri, le amicizie, gli amori o almeno i piaceri sessuali. Ma nulla dura all'infinito e presto nascono inquietudini, tradimenti, sospetti, il clima degenera, si arriva a una notte di rabbie e gelosie in cui ci esce anche il morto. A sopravvivere, ormai muto, attonito ma cosciente testimone il vecchio Marcel, inizio e fine, testimone della vanità delle cose e del corpo con cui ha lottato tutta la vita. Un romanzo ambizioso e ricco, coinvolgente nelle molte storie e nei vari piani che propone, che si intrecciano a riflessioni e notazioni storiche e filosofiche con naturalezza, senza pedanteria o essere mia didascalico, anzi con una ricchezza espressiva e strutturale concreta e visionaria assieme.