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La parete di Marlen Hausofer

Testata: Letture sparse
Data: 28 ottobre 2010

Immaginate di trovarvi con amici in vacanza in montagna. Un giorno vi risvegliate e non trovate più nessuno, non trovate più la vostra famiglia, i vostri figli, le strade sono vuote, rimane con voi solo un cane. Andate a cercarli in paese e improvvisamente urtate contro una parete, “qualcosa di freddo e di liscio”. Raggiungete allora un punto dal quale potete vedere al di là e ciò che appare al vostro orizzonte è un uomo presso una fontana, come pietrificato nell’atto di portarsi l’acqua sul volto. Dall’altra parte della parete sembra, quindi, regnare la “pietrificazione della morte”.

E’ in questa situazione che si trova la protagonista del libro La parete, il diario di una donna quarantenne sposata con due figlie che all’improvviso si ritrova sola, separata per sempre dal resto del mondo. La scrittrice è l’austriaca Marlen Haushofer morta nel 1979 a soli cinquant’anni, di cui si è ingiustamente parlato molto poco e che invece, a mio avviso, merita di esser letta.

E' un libro praticamente senza trama, fatto di gesti quotidiani, grandi, piccoli e piccolissimi, anche ripetitivi, mai noioso. Un libro sulla paura della solitudine ma anche sulla forza che può scaturire proprio dal non avere più riferimenti. “Una metafora sulla solitudine – dice Lietta Tornabuoni – ormai diventato un fenomeno sociale.”

La protagonista è una donna quarantenne, sposata, madre di due figlie adolescenti. All'improvviso si ritrova sola, separata dal mondo da una parete liscia e trasparente, costretta a reinventarsi la propria vita, a riscoprire la propria autonomia e indipendenza e ad affrontare - anche praticamente - un quotidiano che si fa di giorno in giorno più faticoso.

“La parete mi ha costretta a iniziare una vita tutta nuova, ma le cose che mi toccano sono rimaste identiche a prima: la nascita, la morte, le stagioni, la crescita, il declino”.

Il mondo in cui è immersa è un mondo dove il lavoro è duro, il tempo inclemente, il corpo dolorante per la fatica, ma la protagonista si sente pian piano libera da quell’altro mondo, quello di prima, dove regnavano troppe ambiguità, ipocrisie, dove nulla sembrava più né autentico né vero. E verso quel mondo non prova stranamente nostalgia.
Impara a vedere con altri occhi, a guardare la vita di prima come priva di immaginazione, piena di pregiudizi che riducevano gli “altri” a “esseri umani, sottosviluppati e insensibili al dolore; cifre e numeri sui giornali”.

Il suo cuore non mente più “Forse sembra molto crudele, ma non saprei davvero a chi mentire oggi” E impietoso è anche il giudizio sulle figlie “due adolescenti piuttosto sgradevoli, litigiose, senza cuore” che diventate grandi diventano “pensionate estranee”.

La donna quindi non si arrende di fronte a quella nuova realtà, anzi accetta di percorrerla fino in fondo e di scoprirsi “nuova”: per lei diventa tutto un apprendere o un riattivarsi di saperi: nuova è la percezione del tempo perché per vivere bisogna misurarsi col tempo della luce e del buio, col tempo che fa: caldo, tiepido, freddo, gelato…col tempo dei lavori da compiere.
E si modifica anche il rapporto col proprio corpo ora che ha il tempo e il silenzio per ascoltarsi. Un sentire ed un sentirsi che fa riemergere una saggezza profonda, che le dona una nuova consapevolezza del sapere: “solo quando la nozione di una cosa si spande lentamente in tutto il corpo, si sa veramente”.

Ma ciò che la fa sentire più viva, era capire di essere anche solo per gli animali che incontra “una risorsa”, utile e necessaria. E sentirsi risorsa è il fondamento della responsabilità, sentirsi responsabili vuol dire sentire di “esserci”, di “esistere nel mondo”.

La parete sorge perché metaforicamente il lettore possa prendere coscienza quanto siamo già separati dalle cose, dalla realtà, da noi stessi, troppo spesso lontani gli uni dagli altri e quanto abbiamo bisogno forse di ritrovare noi stessi, gli altri e il valore delle cose ripartendo dall’essenziale.