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Alcazar ultimo spettacolo: in libreria il nuovo romanzo di Stefania Nardini

Autore: Marina Bisogno
Testata: Cevitasumarte
Data: 16 ottobre 2013

Marsiglia, Napoli, Roma. Eccole qua le città per risalire l’itinerario, a metà tra realtà e fiction, tracciato da Stefania Nardini, giornalista e scrittrice col suo nuovo romanzo “Alcazar ultimo spettacolo” (ed. E/O).

La storia si apre con un’immagine. Un uomo e una donna, amici per la pelle e teatranti di successo, si sono appena imbarcati per Marsiglia. È il 1939 e i due stanno scappando dall’Italia, vessata dalle leggi razziali. Oltre che per gli ebrei, vivere è diventato impossibile anche per gli omosessuali. I poliziotti li adescano, li attirano in trappola e li spediscono dritti al confino.

L’uomo sulla nave è Gino Santoni, detto Cordera, omosessuale braccato e con la carriera compromessa. La donna è Silvana Landi, capocomico e prima trasformista in Europa. Dietro di loro non c’è solo una scia di mare, ma anche un mucchio di successi e di ricordi. Davanti una città generosa, ancora immune dall’orrore del patto scellerato tra Italia e Germania. Ma l’illusione di poter riprendere a recitare a Marsiglia, sul palco dell’Alcazar, è flebile. La città è già ostaggio di bande locali che lottano pro o contro l’invasione tedesca in Francia e per gli italiani all’estero qualsiasi azione si fa pericolosa. Nessun luogo è sicuro, nemmeno Marsiglia. Cordera e Silvana abbracciano – ciascuno a suo tempo e modo - il destino duro di chi s’affanna tra il delirio dell’Europa e i guai della gente, delle città che da libere diventano terreno di conflitti e di persecuzioni omofobe. Qualcuno ci lascia la pelle. La Seconda Guerra Mondiale travolge ogni cosa, ma non la speranza, sempre presente anche nei momenti clou del romanzo.

Con questa nuova prova narrativa la Nardini non ci regala solo storie d’amicizia e d’amore, né esclusivamente ambientazioni noir. Stefania Nardini ha fatto fruttare i ricordi, le reminiscenze (il personaggio di Silvana si ispira a sua madre) e li ha impastati con la storia, con i dettagli che ben conosce (la sua vita è divisa tra l’Italia e Marsiglia).

Il risultato è un’opera corale, di interesse collettivo. Un’opera che ci riguarda oltre la sfera privata dell’immaginazione o dell’evasione letteraria. Al lettore più attento, difatti, non sfuggirà – non senza disagio – che dopotutto certe sovrastrutture sociali sono ancora tangibili: intolleranze, gabbie con cui bene o male si devono fare i conti. E poi c’è il passato dell’Europa e il suo presente tra le righe.

La scrittura lineare, funzionale all’azione, di tanto in tanto esita su scorci romantici, emozioni, pensieri, e si fa poesia.

Alcazar non è solo un teatro, è una destinazione dell’anima, uno specchio. E, poi, non è forse il teatro la più azzeccata metafora per la vita? Forse Stefania Nardini nemmeno ci ha pensato. Sta di fatto che ancora una volta è partita da un fatto per abbracciare il senso di quell’infinita osmosi tra la vita privata e il contesto di riferimento.