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La banalità del male: i soldi, solo per i soldi

Autore: Felice Laudadio jr.
Testata: La Repubblica / Bari
Data: 24 ottobre 2013

La colpa è dei soldi. Non bastano mai. Senza quelli non si troverebbe lì, a dire le ultime preghiere in chiesa, in piena notte. I danee, i danee, solo con quelli mangi da signore. Fritto, lesso arrosto, poi verdura, salato dolce e pure gelato. E così ogni sera. Minga pane e niente, come i miserabili, con le toppe al sedere. Non sembra malvagio quell’uomo coi capelli bianchi, che ha chiesto una bottiglia di rum, alle tre del mattino, quando le osterie sono ben chiuse. Eppure, riescono a procurargliela. Non si potrebbe, secondo il regolamento, ma si è sempre fatto così. È consuetudine con i condannati a morte. Domani sarà giustiziato. E che delitto ha commesso? Come, che ha fatto? Ma è Antonio Boggia, Togn, il mostro della Stretta Bagnera. Il romanzo che gli è dedicato  è la storia del primo serial killer italiano, anzi, del Lombardo-Veneto, visto che ha ucciso dal 1849 al 1859, anche se a condannarlo alla forca è stato un tribunale dell’Italia unita, dopo il 1861. “L’estro del male”, di Alberto Paleari, Marsilio Editore, 336 pag. 18 euro racconta di uno qualsiasi: nato nel 1799 in provincia di Como, figlio di un padre padrone come tanti, una canaglia dedita al vino, che picchia la moglie e violenta la figlia maggiore. Togn è fuggito in Svizzera per scampare alla leva austroungarica. Tornato nel vicereame, a Milano, sposa Daria e ha due figli, avvia una piccola impresa di costruzioni, ma non diventa ricco. È sempre pieno di debiti, soprattutto con un pericoloso usuraio. Fin qui nulla di peggio, però, della vita ordinaria di molti in quei tempi, niente che possa averlo sconvolto, tarato per sempre. Di nuovo la fuga, in Piemonte questa volta. E il nuovo ritorno, da vedovo e di professione nullafacente o quasi. Comunque, i danee gli piacciono. Gli servono. Senza, non si campa. L’aggressione ad un tale, non conclusa col colpo fatale di scure, lo sbatte in manicomio per tre mesi, ma i medici non trovano patologie e gli inquirenti non vanno a fondo. Invece ha già ucciso, per racimolare soldi in qualche modo. Tre uomini, sepolti nel magazzino della casa in via Bagnera e un’anziana, che gli sarà fatale, perché il figlio non si rassegnerà alla scomparsa, per questioni di soldi, manco a dirlo.

Paleari riprende molti fatti autentici, altri li adatta e qualcosa inventa, per esigenze narrative. Il risultato è un romanzo che ha il senso del tempo e il profumo del passato: si rivedono mestieri scomparsi, gli spazzacamini, il lampionaio, i carrettieri. Si prova la fame, si nota la miseria. E quel corteggiamento, le mezze parole tra gli spasimanti, due amorosi estranei, il dichiararsi del buon Serafino Gibbone – quasi un figlio per Antonio, eppure sarà il primo a finire a pezzi nella buca troppo piccola – ad Annamaria, figlia unica in età da marito del negoziante di stoffe.

Le voci lo spingevano a “uccidere, scannare, smembrare, sotterrare”: una voce, di donna, lo irretiva, lo circuiva, lo istigava alle azioni brutali, per rubare i loro denari. Lui con quella voce femminile nella testa ci parlava, ci faceva anche l’amore. Boggia è stato impiccato nel 1862. Gli psichiatri pretesero il suo cranio per analizzarlo. Erano tempi di frenologia e di studi sulle malformazioni che dovevano indicare fatalmente i segni della tendenza al crimine. Ma quel cervello risulta normale, normalissimo. Tracce evidenti di alterazione? Nemmeno una.