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10 cose che non potete non sapere su Joan Didion

Autore: Cristiano de Majo
Testata: Rivista Studio
Data: 29 ottobre 2013

Domani per edizioni e/o esce Diglielo da parte mia (in originale A Book of Common Prayer), terzo romanzo di Joan Didion pubblicato nel 1977 e tradotto da Bompiani nel 1979 con lo stesso titolo di questa riedizione, ma presto dimenticato. L’aggiunta di un altro tassello a una bibliografia italiana ancora parecchio incompleta, nonostante la crescente influenza di questa grande scrittrice su nuove generazioni di lettori e autori, è la giusta occasione per compilare un piccolo elenco di notizie biografiche e di curiosità che la riguardano. Se, invece, volete leggere una recensione di Blue Nights, l’ultimo libro uscito nel 2012, la trovate ancora qui.
 
1. Prix de Paris
Joan Didion iniziò la sua carriera giornalistica a Vogue, dopo aver vinto a 21 anni il Prix de Paris, che era stato vinto qualche anno prima anche da Jacqueline Bouvier (più tardi Kennedy). Il breve saggio personale premiato dalla selezione le permise di entrare in Condé Nast e nel giro di poco diventare una firma del giornale. Il suo secondo pezzo firmato per Vogue, “On Self-Respect”, contenuto anche nella prima raccolta di non fiction Verso Betlemme (Il Saggiatore), è ancora oggi uno dei pezzi “giornalistici” più citati e sottolineati. Il pezzo è del 1961, che significa che la Didion lo scrisse a 27 anni e, a detta dell’autrice, fu consegnato nel giro di 48 ore, perché le fu chiesto con urgenza di rimpiazzare un’altra firma: un pezzo scritto in 48 ore citato per cinquant’anni, insomma. Ma tutta la carriera di Joan sembra fatta per dimostrare quanto sia retorico e illusorio il mito dello scrittore puro, per questa capacità di coniugare la dimensione estetica con la committenza e le necessità finanziarie. Sempre in Verso Betlemme nella premessa si legge: «Capita spesso che mi scrivano persone da posti come Toronto e vogliano sapere (esigano di sapere) come faccio a riconciliare la mia coscienza con il fatto di scrivere per il Saturday Evening Post; la risposta è abbastanza semplice. Il Post è estremamente attento a ciò che lo scrittore si propone di fare, paga abbastanza da metterlo in condizione di farlo, ed è scrupoloso quanto a non cambiare l’originale. Certo, ogni tanto perdo qualcosina in finezza stilistica con il Post, ma non mi considero compromessa». Il risvolto letterario di questa pragmatica dimensione della scrittura può forse essere considerata la frase di chiusura della citata premessa che si chiude così: «Gli scrittori vendono sempre qualcun altro».
 
2. West Coast/East Coast
Nata nel 1934 in California (a Sacramento) e sbarcata a New York intorno ai vent’anni, ritornò in California (a Los Angeles), dopo il matrimonio nel 1964 con John Gregory Dunne, con cui si stabilì in una casa sulla spiaggia di Malibu nella zona di Trancas, che curiosamente venne ristrutturata dal giovane aspirante attore, ma all’epoca ancora carpentiere, Harrison Ford. In California si svolge il periodo d’oro, così ben raccontato in Blue Nights, della coppia Dunne-Didion: a Los Angeles iniziarono la loro carriera di sceneggiatori per il cinema, oltre a scrivere romanzi di successo (il primo grande successo di Dunne è True Confessions del 1977 da cui fu tratto un film con De Niro e Duvall e all’epoca Joan era già una scrittrice stimata e letta), e a collaborare con molti giornali e riviste tra cui la New York Review of Books. Sempre a Los Angeles i due adottarono una bimba appena nata cui diedero il nome di Quintana Roo. Più tardi, nel 1978, si trasferirono in città nella decisamente meno selvaggia Brentwood, ecisamente  trasferirono in città nella meno selvaggia Brentwoodne tratto un film con De Niro e Duvall),condizione di farlo, eddove acquistarono una grande villa con giardino, che a Dunne ricordava il tipo di abitazione in cui era cresciuto ad Hartford, Connecticut. Nel 1988, quando Quintana s’iscrisse al Benningoton College nel Vermont, decisero di tornare di nuovo a New York. Sempre a cavallo tra la costa ovest e la costa est, in equilibrio tra le due fondamentali essenze dell’industria culturale americana, l’editoria e il cinema, oltre che tra i due spiriti contrapposti del continente: la metropoli e la frontiera. Per capire le differenze e la logica di questi due luoghi si deve assolutamente leggere uno dei più bei pezzi in assoluto scritti da Joan Didion, contenuto in Verso Betlemme e intitolato “Bei tempi addio” (Goodbye to All That), che risale all’epoca del trasferimento a Malibu da New York: «Parte di ciò che voglio raccontarvi riguarda cosa significhi essere giovani a New York, come sei mesi possano trasformarsi in otto anni con l’ingannevole facilità di una dissolvenza in un film, perché è proprio così che mi appaiono quegli anni adesso, una lunga sequenza di dissolvenze sentimentali e vecchi trucchi cinematografici – le fontane del Seagram Building che sfumano in fiocchi di neve, io che entro da una porta girevole a vent’anni e ne esco parecchio più vecchia, e su una strada diversa. Ma soprattutto voglio spiegare sia a voi che a me stessa forse, strada facendo, perché non vivo più a New York».
 
3. Hollywood
Tornati a Los Angeles, Joan Didion e John Gregory Dunne misero in piedi la Dunne-Didion-Dunne, una compagnia fondata insieme a uno dei fratelli di John, Dominick – padre di Griffin, il protagonista di Fuori Orario e Lupo mannaro americano a Londra, e di Dominique, attrice bambina di Poltergeist strangolata nel 1982 dal suo ex – più tardi caduto in una spirale di depressione e abusi di droga e arresti, prima di resuscitare come scrittore di successo e columnist di Vanity Fair, che nella compagnia figurava nelle vesti di produttore. I tre fecero uscire per 20th Century Fox Panico a Needle Park, un film tratto da un reportage di James Mills pubblicato dai Life sui tossicodipendenti newyorkesi, con Al Pacino nel suo primo ruolo da protagonista. È una specie di cinema verità da major che fu presentato a Cannes nel 1971, dove l’attrice Kitty Winn vinse il premio come attrice protagonista e che può essere definito un Christiane F. ante-litteram, oltre ad apparire come una prosecuzione dell’indagine sullo spaesamento delle nuove generazioni americane iniziata dalla Didion proprio con Verso Betlemme il lungo reportage sulla decadenza del movimento hippie a San Francisco, che dà il titolo alla citata raccolta di scritti: «Gli adolescenti vagavano da una città straziata all’altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società». La filmografia non è lunghissima, ma costellata di successi: Panico a Needle Park, Play It As It Lays (tratto da un romanzo di Joan), È nata una stella, L’assoluzione (tratto da True Confessions di John), Qualcosa di personale, il famosissimo film con Redford e Pfeiffer, la cui lavorazione durata otto anni verrà raccontata da John in un libro di inaspettato successo intitolato Monster: Living Off the Big Screen, pubblicato nel 2011 dal Saggiatore (Mostro. Vivere e sopravvivere a Hollywood). Nei credits di Joan Didion su Imdb appare A Book of Common Prayer, cioè il libro appena riedito da e/o, in pre-produzione, con Christina Hendricks (la Joan di Mad Men) nel ruolo di Charlotte Douglas.
 
4. Fiction/Non fiction
In un’intervista alla Paris Review, Didion ha detto che per lei il processo di scrittura di un romanzo è completamente diverso da quello della non fiction: «Devi stare seduto tutti i giorni e farlo». Gli appunti possono essere utili per lo sfondo, mentre nella non fiction gli appunti “sono” il pezzo. «Scrivere non fiction è come scolpire, consiste nel modellare la ricerca fino a renderla una cosa finita», mentre i romanzi sono più come la pittura e nello specifico possono essere paragonati all’acquerello. «Ogni pennellata che metti, resta. Naturalmente puoi riscrivere, ma le pennellate iniziali sono sempre lì, nell’ordito». Nel descrivere il processo di scrittura de L’Anno del pensiero magico, dichiara che nei mesi immediatamente successivi alla morte di John, che avvenne il 30 dicembre del 2003, non scrisse nulla a parte poche righe; iniziò a prendere appunti per il libro solo a partire dall’ottobre successivo. Dopo di che il libro venne fuori in modo molto veloce, dopo tre mesi di scrittura.
 
5. Cronaca vera
La vita di Joan Didion è una densa miscela di morte e bellezza, glamour e lutti, che colpiscono la sua cerchia facendo tornare alla mente le maledizioni ineluttabili che colpiscono le grandi dinastie del potere o dell’arte: i Kennedy, gli Agnelli, o la famiglia Mann, per dire. Certo la morte a 39 anni di sua figlia Quintana, ma anche l’omicidio nel 1982 di sua nipote Dominique, uno dei casi di nera più celebri e dibattuti della storia recente d’America, strangolata a 22 anni dall’ex-fidanzato incapace di accettare il suo rifiuto. In un tanto bello quanto onesto ricordo scritto da Dominick su Vanity Fair in occasione della morte di John, il padre di Dominique ricorda che ai tempi dell’omicidio la figlia era identificata dalla stampa molto più come nipote di John Gregory Dunne e Joan Didion che come sua figlia, cosa che lo fece soffrire, fino a quando quella stessa sofferenza diventò  per lui motivo di vergogna. Altro lutto prematuro che colpisce Joan è la morte risalente al 2009 di Natasha Richardson, per lei una specie di nipote acquisita. Da Blue Nights: «La primavera scorsa, nel 2009, avevo avuto le prime avvisaglie, bandiere sulla pista, precisi annunci di oscuramento ancora prima che arrivassero le notti azzurre … una persona che ti era cara fin dalla sua infanzia, Natasha Richardson, era caduta su una pista da sci nei pressi di Québec (vacanze di Pasqua, una gita di famiglia, una pista per principianti, non sarebbe mai dovuto succedere a lei) e quando si accorse di non sentirsi tanto bene stava morendo, vittima di un ematoma epidurale, una lesione cerebrale. Era la figlia di Vanessa Redgrave e Tony Richardson, uno dei nostri più cari amici di Los Angeles».
 
6. Bret Easton Ellis
Bret Ellis ha sempre individuato in Joan Didion una delle, se non la maggiore influenza che ha avuto come scrittore. In un’intervista alla Paris Review dice che considera lusinghiero il fatto che qualcuno copi la sua scrittura e che da giovane non faceva altro che copiare altri scrittori e in particolare era ossessionato da Joan Didion, e quando finalmente la incontrò lei lo riconobbe dicendogli una cosa tipo: «Mi hai letto sul serio» e lui le rispose: «Sì, ho rubato tutto da te».
 
7. Aldo Moro
A quanto riferisce Sara Davidson, sua amica e biografa, Joan Didion aveva smesso di fumare da un anno quando seppe che Aldo Moro, rapito dalle Brigate rosse, era un uomo così moderato che fumava solo cinque sigarette al giorno e decise che poteva fare anche lei così e quindi ricominciò.
 
8. Repubblicana?
Si sa che da giovane votò per i repubblicani, ma più tardi sostenne per esempio la candidatura di Jerry Brown alle primarie democratiche del ’92, il quale fu più volte ospite a New York nell’appartamento della coppia. Mentre negli anni di Malibu, come riportato nella biografia di Sara Davidson, la pensava così: «Difficilmente voto. Non ho mai avuto fiducia nelle risposte ai problemi umani che vengono da qualsiasi cosa possa essere chiamato politico. Credo che le risposte, se mai debbano esserci, risiedano nell’anima dell’uomo. Ho avuto un’avversione per l’azione politica o sociale perché di regola significa regolamentazione sociale. Significa interferenza, regola, fare quello che altre persone vogliano che io faccia… L’etica con cui sono stata allevata è la peculiare etica della frontiera ovest. Che significa essere lasciati in pace e lasciare in pace gli altri. Viene considerata dalla mia famiglia come la più alta forma di sforzo umano».
 
9. Conrad ed Hemingway
Didion ha dichiarato che lo scrittore che l’ha più influenzata è stato Hemigway, ma anche che il libro che rilegge più volentieri e che forse è quello che considera il più bello di sempre è Vittoria di Joseph Conrad. Per contro, leggendo Diglielo da parte mia è difficile non pensare a Graham Greene.
 
10. Lacune italiane
In Italia gli scritti di Joan Didion sono stati tradotti in modo a dir poco discontinuo. E stranamente più i romanzi che la non fiction, considerata invece la vera arte di questa scrittrice. (Ma forse neanche tanto stranamente se si pensa alla paura degli editori italiani per qualsiasi testo narrativo cui non corrisponda la definizione di “romanzo”). Per quanto riguarda i romanzi, mancano solo il primo (Run River) e l’ultimo (The Last Thing He Wanted). Bompiani tra il 1978 e il 1979 pubblicò Prendila come viene (Play It as It Lays) e Diglielo da parte mia (A Book of Common Prayer), oggi riportato nelle librerie da e/o, mentre Frassinelli nell’84 fece Democracy. Sulla non fiction le lacune sono  di più. Le cose pubblicate in Italia sono infatti L’anno del pensiero magico e Blue Nights, per Il Saggiatore, che dopo il successo del memoir sulla morte del marito, iniziò timidamente un ripescaggio a partire da Verso Betlemme, ma senza poi pubblicare la seconda raccolta di scritti, l’altrettanto bella The White Album, che sta agli anni Settanta come Slouching Towards Bethlehem stava ai Sessanta. Poi Mondadori nel ’96 fece Miami. Mancano dunque, oltre al White Album, Salvador (reportage sulla guerra civile salvadoregna), After Henry (terza raccolta di testi non fiction), Political Fictions (raccolta di saggi di contenuto politico che include anche tre dei pezzi presenti in After Henry), Where I Was From (indagine sulle origini della sua famiglia che corre parallelamente alla storia della California) e Fixed Ideas: America Since 9.11 (origini e conseguenze sul piano politico dell’Undici Settembre).