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Donne pensate da una donna

Autore: Maria Serena Palieri
Testata: L'Unità
Data: 12 novembre 2013

Nel terzo volume della saga del'"Amica Geniale" - Storia di chi fugge e di chi resta, Elena Ferrante ci consegna un architrave della sua poetica. n suo alter ego Elena Greco, dopo avere scritto un romanzo che le ha dato notorietà, come raccontato nel libro precedente Storia del nuovo cognome, decide di volersi cimentare, ora, con un saggio sul tema dei «maschi che fabbricano le femmine». Cioè dei_ personaggi di donne scaturiti da menti di uomini, fino dal primo di tutti i racconti, la Bibbia ... Per il tramite di Lenù, come la Greco è chiamata nell'immaginario rione napoletano dove è cresciuta, Elena Ferrante enuncia la propria necessità radicale di scrivere di donne pensate - «fabbricate» - da una donna. Da lei. Come ha fatto con la madre scomparsa nell'Amore molesto e con la moglie rifiutata dei Giorni del'abbandono. E come fa in questo singolare, progressivo romanzo L'amica geniale, con Elena detta Lenù e con Raffaella detta Lila. O meglio, con l'essere bifronte • cui le due amiche danno vita.

Arrivata al terzo volume, e in attesa del quarto che partirà dagli anni Ottanta e arriverà all'oggi, la storia ci si consegna per quello che è: una saga sociale, quel tipo di romanzo in cui il dove e il quando le cose avvengono, -il cosiddetto contesto, è fondamentale. Un po' com'è nei romanzi di Doris Lessing. Ma un romanzo sociale che ha questo ventre oscuro da cui scaturisce un enigma che lo pervade tutto e gli dà una specie di forsennatezza: il mistero dell'alleanza che Lenù e Lila, la figlia dell'impiegato comunale traffichino e la figlia del misero scarparo, nate lo stesso mese e lo stesso anno, agosto 1944, hanno stretto da bambine in quel rione dove, all'epoca, troneggiava la figura di don Achille, il borsanerista strozzino, prototipo di tutto il male che poi con altri nomi infetterà Napoli, finito ucciso da mani ignote.

E proprio in questa nuova parte della storia, tra gli anni Sessanta e i Settanta, dove le vite delle due si dividono, una va a Pisa, a Milano, poi a Firenze; l'altra finisce a San Giovanni a Teduccio, spicca la misteriosità del legame che, nonostante la distanza, le unisce. n tema è quello del Doppio. È quello della simbiosi: Ombra e Luce, Giorno e Notte, Terra e Cielo, Amore e Odio ... È quello dei duellanti di Conrad. Però con un sapore in più, la specularità di sguardi con cui una parte delle donne hanno imparato a guardarsi vicendevolmente da un certo momento in poi. L'amica geniale (chi delle due è più tale, più amica dell'altra e più geniale?) è una saga che paga in modo tutto proprio, lontano molte miglia dall'ideologia, un debito col femminismo. Semplice: senza quella rivoluzione que­sto strano, non sempre, ma spesso, magnifico romanzo in progress non ci sarebbe. Ma eccoci alla storia. Lenù che va raccontandocela partendo dalla scomparsa di Lila, avvenuta nel2010, dice all'inizio che l'ha vista per l'ultima volta nel2005, n a Napoli. La Lila che ammaliava il mondo intero per bellezza e intelligenza entra in scena così, sessantenne: «Gesticolava di continuo, dando al gesto una tale feroce determinazione che pareva voler tagliare in due le palazzine, la strada, i passanti, me». Poco più in là ecco altre righe che danno l'imprinting al versante partenopeo di questo volume: in un'aiuola giace morta Gigliola, già moglie procace di uno dei Solara, i boss del quartiere, qui ridotta a un cadavere di donna obesa con radi capelli tinti di rosso. Flash-back: cos'era successo prima? Lenù, laureata alla Normale, autrice di un libro di successo, si era sposata con Pietro Airota, giovane latini- • sta figlio di intellettuali democratici. E quindi era approdata a Firenze, la città dove si parla un italiano risciacquato in Arno, per diventare signora borghese e madre di due bambine. Però in quel mondo aveva bussato un altro disordine: Sessantotto, lotte operaie, terrorismo, femminismo, rivoluzione dei costumi. Lila invece era rimasta nel disordine primigenio, il caos di Napoli dove si parla il dialetto, ma, lasciato il marito Stefano figlio del borsanerista, che aveva fatto di lei una «signora», madre di Gennarino, era andata a vive­ re con Enzo, di lei da sempre innamorato, nella miseria dell'hinterland, al lavoro tra fumi e soprusi in una fabbrica di salumi. Però in questo suo caos aveva bussato un altro ordine: con Enzo si erano messi a studiare informatica ed erano diventati tecnici in _camice bianco pagati profumatamente. Intanto a Napoli proseguono le vicende dei Ce­ rullo, i Greco, i Carracci, i Peluso, i Cappuccio,- i Sarratore, gli Scanno, i Solara, gli Spagnuolo, pasticceri e salumieri, scarpari e fruttivendoli, comunisti (pochissimi) e monarchico-fascisti, plebei miseri o doviziosi «malamente», elencati a inizio libro per famiglie e clan. E al Nord quelle di Mariarosa Airota, docente di storia dell'arte e lo studente Franco Mari, individui singoli. Di Firenze e di Milano leggiamo come di sfondi astratti, il Rione partenopeo invece è un luogo di coltello, dove la vita sfiora il melodramma e dove è possibile che si svolga un banchetto domenicale in - puro stile camorrista come quello che dà spunto ad alcune tra le pagine migliori. Storia di chi fugge e di chi resta è un libro che gioca su molte di queste antitesi. In se stesso antitetico. Ogni tanto stanco, come se l'accumulo di pagine di un libro, un secondo libro, questo terzo, il prossimo - fosse un dovere da compiere, ma spesso, per tre quarti, strano, fermentante, imprevisto. Potente.