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Elena Ferrante svela il mistero di Napoli e l'impossibilità di essere normali

Autore: Titti Marrone
Testata: Huffington Post
Data: 12 novembre 2013

Chiunque si nasconda dietro il nome di Elena Ferrante, firma misteriosa apposta al ciclo de "L'amica geniale" (ed. e/o) ora arrivato al terzo volume, di sicuro è una donna, e sa narrare Napoli come nessuno. Lo fa con una scrittura che somiglia a una ragnatela fatata, per la sua forza espressiva e la magia con cui arriva a creare mondi. E lo fa evocando quello della città-mondo più indecifrabile che ci sia.

In tutti i suoi libri c'è qualcosa che toglie il respiro. Forse è per via dei toni cupi da tragedia greca riecheggianti al di sotto di storie apparentemente ordinarie o dall'intreccio complicato, come quella raccontata nelle 384 pagine di "Storia di chi fugge e di chi resta". Ma anche se i precedenti "L'amore molesto" e "I giorni dell'abbandono" propiziavano immersioni più veloci e dirette per il guizzo del passo narrativo spedito, per una più asciutta risolutezza del lampo di scrittura, le pagine dell'ultimo libro hanno un respiro potente capace di restituire il mistero di una Napoli opaca e degradata, tra i primi anni Cinquanta e i Settanta-Ottanta.

Leggiamo della Napoli di allora, dell'infanzia, adolescenza e giovinezza dell'io narrante Lenuccia, condivise con l'amica Lila, e vi troviamo il mistero di Napoli e della sua immobilità nel tempo. Nelle pagine di Elena Ferrante quasi tocchiamo le barriere sociali tra i quartieri dell'affaccio sul mare e quelli dove vive gente che il mare potrebbe non averlo visto mai. Troviamo il senso di sospensione, l'attesa del cambiamento, la speranza di svoltare poi cancellata, il precipizio e il ritorno all'indietro.

La città qui descritta è inizialmente quella del laurismo e dei paesaggi dell'abbandono, con i quartieri plebei popolati da bambini con perenne moccio al naso e croste alle ginocchia. È la città delle "mazziate" alle mogli dispensate regolarmente come norma condivisa. È quella della cattiveria spavalda e struggente delle "guaglione" nate in famiglie miserabili, dove si ritiene che lo studio sia "un trucco dei ragazzi più furbi per sottrarsi alla fatica quotidiana", ostile soprattutto all'impegno delle femmine. È un luogo che mette radici in chi ci nasce, anche se, come Lenuccia, se ne allontana per andare a Nord, in un percorso di emancipazione intellettuale e sociale mai del tutto compiuto.

Le radici di questo luogo, sembra dire la Ferrante in pagine tra le più belle mai scritte sulla lingua napoletana dopo quelle di La Capria, sono rese visibili dal dialetto: qui è rappresentato come un osceno rito identitario, codice di necessità, contagio che attacca pensieri cattivi anche ai bambini, esplode in urla scomposte impossessandosi perfino, e nuovamente, di Lenuccia nelle sue liti fiorentine con il civilissimo marito. E la dimensione dialettale trionfa nel pranzo, raccontato in pagine memorabili, a casa dell'arrogante affarista Solara, con le donne feroci e infelici intente a "ticchettare sui tacchi alti" dopo essersi ben "apparecchiate", cioè ridotte a tavole imbandite per l'appetito sessuale del maschio padrone.

Quella che incontriamo in queste pagine è dunque la stessa città "senza grazia" raccontata dalla grande Ortese, ma con lo sguardo allungato di chi l'ha vista in anni successivi sollevarsi e poi cadere ancora. E di chi sa che il fallimento di Napoli è il fallimento di tutti.

Nella finzione narrativa, e nel rione popolare da cui Lenuccia partirà e Lila sparirà alla fine di una vita durissima, spadroneggia una famiglia dalle sembianze camorriste appena accennate e però palpabili. Ma qui non c'è traccia alcuna del "pan-camorrismo" adoperato insistentemente con logica da alibi di tutti i mali, oltre che come ossessivo espediente romanzesco.

Qui il "difetto" del luogo abita nelle persone, ed è per questo che Lenuccia decide di "filar via definitivamente, lontano dalla vita che avevamo sperimentato fin dalla nascita". Per questo sceglie di "insediarsi in territori ben organizzati dove davvero tutto era possibile". Ma se lo fa, è per scoprire "nei decenni a venire, che mi ero sbagliata, che si trattava di una catena con anelli sempre più grandi: il rione mi rimandava alla città, la città all'Italia, l'Italia all'Europa, l'Europa a tutto il pianeta".

Il "difetto" del luogo Napoli, della città che anticipa le patologie del mondo, nel romanzo prende le forme della "smarginatura", il senso di labilità, spaesamento, sperdimento di sé e dei propri confini avvertito da Lila come oscura malattia. La "smarginatura" s'identifica nei percorsi pubblici e privati di tutti i personaggi come dei napoletani di ogni tempo e luogo, incapaci di darsi un riscatto da se stessi, in imprenditori, politici, amministratori pubblici, intellettuali.

Ed è come se, di fronte al rischio della "smarginatura" , Ferrante optasse per la sparizione, l'assenza calcolata, l'occultamento dietro un nome-pretesto. Ma chiunque si nasconda dietro quel nome, l'importante è che ci sia qualcuno con una scrittura così, capace di mostrarci che cosa c'è dietro la vita.