Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Un secolo attraverso due amiche

Testata: Paola Zannoner
Data: 15 novembre 2013

I libri di Elena Ferrante hanno questa capacità di risucchiarti dentro le pagine, anzi tra le righe, facendoti partecipare con ansia e commozione agli accadimenti, in modo tale che è difficilissimo staccarsi dalla lettura, riporre il libro e attendere magari il giorno dopo o la sera dopo, per rituffarsi nel magma caldo, pulsante, delle parole, delle frasi che sanno evocare sentimenti forti, violenti, cattivi, con l’uso di termini volgari dentro una forma pulitissima di scrittura attenta, precisa, piena, ricca, una scrittura mai compiaciuta di sé, ma concentrata a esplorare e mettere a nudo sentimenti e pulsioni, a esprimere il rimosso, ciò che non si dice o si nega.

In quest’operazione di esplicitazione, Ferrante racconta il percorso delle donne negli ultimi cinquant’anni, attraverso la relazione tra le due amiche Elena e Lila, la studiosa e la geniale, la liberata, diventata scrittrice di successo e finalmente fuggita dal rione poverissimo dove è nata e la cattiva ragazza, la libera d’azione e di pensiero Lila, indomita, pronta a pagare prezzi alti per la non sottomissione al codice patriarcale e maschile, e, trattandosi di Napoli, anche mafioso. Ecco dunque il terzo romanzo e terzo episodio de L’amica geniale, intitolato Storia di chi fugge e di chi resta (edizioni e/o), dove le due amiche e due facce di un femminile che ha trasformato la vita sociale italiana, seguono i loro percorsi diversi e complementari, l’una di donna intellettuale l’altra di proletaria, sullo sfondo di un paese percorso dalle lotte politiche e dalle battaglie civili degli anni ’70 fino ad arrivare al nuovo millennio.

Una storia che non ha nulla di eroico, benché eroica a volte appaia Lila, l’irriducibile, ma anzi, mantiene un tono malinconico, disilluso, e poco speranzoso. Le donne hanno conquistato qualcosa, ma il mondo non è migliorato, anzi. Nelle prime pagine, la scrittrice lo dice chiaro e tondo che se da giovane pensava fosse il rione napoletano un luogo brutto e impossibile, da adulta ha capito che è il mondo umano in generale a essere così asfittico e intollerabile e “l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose”. Un tono pessimistico che non lascia adito ad alcuna possibilità, forse nemmeno alla narrazione che in una simile ottica appare come una bottiglia lanciata nel mare, che pure molti (e non uno solo) sono pronti ad afferrare.