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L'uomo che sconfisse la peste

Autore: Guido Barbujani
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 17 novembre 2013

Ci vuole anche fortuna, nella scienza. Quando nel 1894 scoppia la peste bubbonica a Hong Kong, Alexandre Yersin, svizzero, ottiene dal governatore inglese un difficile visto per venirla a studiare. Yersin è famoso, ha scoperto la tossina della difterite, ma ha un difetto: viene dall'Istituto Pasteur, quindi agli occhi degli inglesi è un francese; e l'Indocina francese, un cuneo tra India e Hong Kong, agli inglesi dà proprio sui nervi. Dovendo scegliere, meglio i giapponesi, e così a un medico giapponese, Shibasaburo Kitasato, garantiscono il monopolio delle autopsie. La peste è ancora una sciagura misteriosa e inesorabile a cui si guarda con terrore, ma Pasteur ha già scritto che può essere solo una malattia infettiva, come la rabbia. Resta da individuare il microbo che la provoca: Kitasato e Yersin sanno come farlo.

Ma ci vuole anche fortuna. Yersin è arrivato da Saigon con un baule di provette, vetrini e quanto serve per sterilizzarli, nient'altro, e solo grazie a un gesuita, padre Viganò, riesce a mettere le mani su un paio di cadaveri di appesati. Invece Kitasato dispone, oltre che di un numero illimitato di pazienti, di un laboratorio con attrezzature moderne, compreso un termostato in cui si possono coltivare i batteri alla temperatura del corpo umano, 37 gradi. Sarà una differenza decisiva, ma a favore di Yersin. Kitasato disseziona i polmoni degli appestati, dove abbondano però i batteri della polmonite, gli pneumococchi, che a 37 gradi crescono benissimo e gli nascondono il bacillo della peste. Ai 28 gradi della sua stanza, invece, incidendo i bubboni, Yersin ottiene colture prive di pneumococchi in cui «al primo colpo d'occhio» riconosce il nuovo bacillo, l'agente della peste. Oggi si chiama Yersinia Pestis e di Kitasato non si ricorda più nessuno.

Questa e altre storie appassionanti stanno in Peste e colera di Patrick Deville, giustamente pubblicato dall'editore E/O nella sua collana di narrativa. Deville è un narratore (si autodefinisce, un po' sopra le righe, «il fantasma del futuro, lo scriba col taccuino in pelle di talpa»)e la sua biografia dell'uomo che ha sconfitto la peste è un vero romanzo. È un romanzo però insolito, non solo per i paesaggi esotici del Sudest asiatico, ma perché dominato da un unico personaggio, al tempo stesso misantropo nelle scelte di vita e filantropo nelle attività professionali. Un personaggio temerario, vincente e sfuggente, poliedrico: primo a guarire un appestato, primo a introdurre in Indocina la coltura del caucciù da cui nascerà la produzione degli pneumatici Michelin, primo (forse) anche a inventare la Coca Cola. Un personaggio sicuramente simpatico all'autore, meno però al lettore, o almeno al lettore refrattario al mito del superuomo: così indipendente da tutto, così anaffettivo. Ed anaffettivo è anche lo stile di questo libro molto premiato, periodi brevi o brevissimi, tutto al presente storico. Ogni tanto Deville però abbassa la guardia, e allora ecco passaggi toccanti o, a soppressa, l'affiorare di sentimenti reazionari: la polemica contro «lo schifo della politica e della storia» e addirittura contro il Ventesimo secolo in blocco.

Mirabile peraltro, nella forma, questo commento sulla rivoluzione russa: «Il secolo cominciava appena a delinearsi. Ha diciassette anni ed è già una bella canaglia». E poi, per dirla tutta, non giovano allusioni a episodi che i francesi magari riconosceranno subito, ma noi no, cosicché solo dopo due o tre pagine si capisce (quando lo si capisce) che si sta parlando di Rimbaud o di Céline.

Dettagli. Resta, alla fine della lettura, l'immagine vivida di una stagione felice della scienza, in cui le scoperte si accavallavano a ritmo vorticoso e sembrava imminente un'epoca di benessere per tutta l'umanità: mentre erano in incubazione, come sappiamo, due guerre mondiali. E resta il racconto di un'avventura umana e intellettuale fuori dal comune, vissuta quando ancora non era tramontata per sempre la figura del dilettante di genio, dello scienziato-esploratore curioso di tutto. Un racconto perfino commovente da leggere, oggi che la scienza è diventata un affare molto meno romantico: un affare, anche, nel senso di business, per il quale occorrono talenti vari quanto quelli di Yersin, di ricercatore e di imprenditore, ma lontani da quelli che lo hanno portato nella foresta indocinese, nella villa-laboratorio circondata da una magnifica veranda, a morire solo, come era sempre vissuto.