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Marseille mon mort

Autore: Piero Ferrante
Testata: Stato Quotidiano
Data: 16 novembre 2013

Mica facile la vita degli scrittori noir marsigliesi. Nell’aria dei quai se va a spasso, a braccetto con quella del suo padre e creatore Izzo, l’animaccia di Fabio Montale. E per la categoria ‘sbirri e affini’ è già tanta roba. Ed allora proviamo ad immaginarlo un marsigliese, poraccio. Lui, le sue idee, una macchina da scrivere e quel maudit di Jean Claude a ricordare che non sarà un gioco da mammolette.

Proviamo ad immaginare, ad esempio, un Xavier-Marie Bonnot metter mano alla sua opera seconda, ‘Il paese dimenticato dal tempo’ (E/O, 2013). Lui, che un personaggio tutto e solo suo, il comandante del Reparto anticrimine Michel De Palma, detto il Barone, già l’ha messo a zonzo per Marsiglia ne ‘La prima impronta’. Tipizzato, come tutti i poliziotti e i gendarmi della letteratura d’ogni epoca, con il suo amore per la lirica e la sua sovietica disciplina, eppure così estremamente e dannatamente normale, venticinque anni di esperienza e ad appena un metro di carriera da un’onorata pensione. E allora compito di Bonnot è metter pepe nella quiche, insaporire la ricetta con abbondanti spezie letterarie. Quel che ne diventa ‘Il paese dimenticato dal tempo’ è un libro che è viaggio e mistero, turbine e orrore, affanno e onore, denuncia e rivendicazione, disperazione e furore. Un libro che parte da lontano, dai viaggi esplorativi di Fernand Delorme e Robert Ballancourt, dalla Nuova Guinea degli anni Trenta, passa per Freud, per Levi-Strauss e per la Mead, approda nella Marsiglia contemporanea, mulina nei meandri oscuri della morte in cui s’inabissano in molti, Delorme per primo, zigzaga tra antiquari, etnologi, statuette papuane, antenati, crani sacri, macabre nenie di flauti, vecchie reminiscenze, segreti nascosti, foto d’epoca, trafficanti e sbirri di porto corrotti. E mentre un killer semina morte tra mercanti e studiosi, portandola sulla punta di una freccia di giunco, De Palma dovrà inseguirlo e, insieme, sfidare sè stesso, i suoi limiti, il suo sapere.

Bonnot non vuole scimmiottare Izzo. La sua Marsiglia, le sue storie, i suoi romanzi, i suoi orizzonti, i suoi intrecci, sono di altra natura. Tra i due non sussistono comparazioni. E se Izzo resta, stentoreo ed innegabile, il monumento in pietra marsigliese alla letteratura europea di settore, Bonnot è, con Caryl Ferey (altro giro, altra corsa, altra zona di Francia), il nuovo che avanza e che cerca ubicazione propria, il figlio che va a vivere in disparte per non brillare di luce riflessa.

Il paese dimenticato dal tempo, però, è più d’un semplice affrancamento. È la dimostrazione che Marsiglia sa ancora produrre buona letteratura. Sarà la contaminazione mediterranea, l’odore della bouillabaisss, saranno le occhiate ispiratrici delle puttane di basso bordo, sirene sgangherate che dai tempi di Edmond Dantes attirano i marinai in modeste baracche da molo. Sarà una questione di suggestione, d’influenza, dell’affetto familiare, quasi filiare, persino edipico che unisce lettore e città. Sarà tutto questo impastato insieme o sarà proprio nulla di nulla. Fatto sta che Il paese dimenticato dal tempo, con i suoi rimbalzi spaziali, i suoi doloranti distacchi e le sue acri vendette, con il suo carico emotivo di dignità tradite e amori ingannati, la sua complessa arricolazione della trama, è un libro che, appena più in là della trilogia di Montale, un suo posto fisso nella libreria noir di ogni appassionato, alla sottocategoria ‘Marsiglia’ lo merita.

Xavier-Marie Bonnot, “Il paese dimenticato dal tempo”, E/O 2013
Giudizio: 3.5/5 – di padre in figlio