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Storia di chi fugge e di chi resta

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Sololibri.net
Data: 26 novembre 2013

Siamo alla fine della lunga trilogia che la scrittrice dall’identità sconosciuta Elena Ferrante ha dedicato alla storia delle due amiche, Lenù/Elena Greco e Lila/Raffaella Cerullo, la cui conclusione, attesissima dagli ammiratori della scrittrice fantasma, tra i quali mi annovero, è arrivata lasciando un po’ di amaro. Infatti il terzo volume, lungo e attorcigliato intorno a tante storie e tanti personaggi, non mi è sembrato all’altezza dei due precedenti, forse perché i temi affrontati, contestazione e rivoluzione sessantottina, anni di piombo, violenza in fabbrica, femminismo, autocoscienza femminile, aborto, divorzio, rapporto fra nord e sud del paese, camorra sono talmente impegnativi e già tanto elaborati e discussi, che la storia delle due amiche ne è quasi schiacciata e, anzi, la protagonista Lila, l’amica geniale, quasi sparisce sovrastata dalla lunga vicenda della narratrice Lenù che occupa un largo spazio della narrazione.

Non racconto la trama e gli accadimenti delle vicende di cui le due donne, ormai più che trentenni, sono al centro. Accenno solo all’involuzione di cui Elena si rende protagonista sposando Pietro, un giovane e goffo professore rampollo di una famiglia di intellettuali di sinistra, pur non amandolo, da cui ha due bambine. Il romanzo che Elena sotto gli auspici della potente suocera Adele Airota aveva pubblicato con una casa editrice milanese e che le aveva dato un insperato e grande successo finisce per essere presto dimenticato, mentre lei, trasferita a Firenze e prosciugata dalle incombenze familiari e dalla gestione delle piccole non riesce più a scrivere né a studiare. Lila intanto è rimasta a vivere con il figlio Gennaro ed Enzo, il compagno che l’ha accolta dopo la sua separazione. Dopo una dolorosa esperienza in una fabbrica di insaccati, dove lavora da schiava e viene molestata dal padrone, ex amico del rione di comune provenienza, Lila tenta la carta della militanza sindacale, e con la sua lucida capacità di analisi mette a nudo le ingiustizie perpetrate contro i lavoratori: ma questo ne mette in pericolo la sopravvivenza, anzi scatena lotte feroci tra giovani neofascisti e studenti borghesi…

Lo slogan “operai e studenti, uniti nella lotta”, che imparammo a conoscere nei primi anni Settanta, sono qui raccontati con maestria dell’autrice nelle pagine del romanzo dove i personaggi, tra uno spinello e un’acconciatura di capelli improbabile, tra uno zaino puzzolente e assemblee fumose e inconcludenti, gravidanze indesiderate e acidi, trascorrono anni che si riveleranno drammatici, con morti, feriti, gambizzati, fuori delle fabbriche e dentro le università, a Napoli come a Milano e Firenze. Mentre si vive la violenza politica, si respira un’aria nuova e diversa nei rapporti fra i sessi e nei costumi, l’amore cambia segno, il sesso irrompe violento e scardina i rapporti precedenti. Elena, che incontra il suo compagno di scuola Nino, che aveva sempre amato ma che gli aveva preferito Lila, più intelligente e disponibile, viene di nuovo catturata dalla sua personalità ormai definita di giovane a ambizioso intellettuale:

“Il sesso mi aveva rincorsa, ghermita, laido e attraente, ossessivamente presente nei gesti, nei discorsi, nei libri. Le pareti divisorie stavano franando, le catene dei galatei si stavano spezzando. E Nino viveva intensamente quella stagione”.
Tuttavia credo che il centro della storia che la misteriosa Elena Ferrante ci ha voluto consegnare sia quello del cambiamento, del progresso, della conquista di diritti e della lotta per ottenerli, soprattutto da parte delle donne, e delle sconfitte e frustrazioni che troppo spesso ne sono scaturite. Una pagina del libro mi è sembrata illuminante a tale scopo, frutto di una riflessone di Elena che tenta di esaminare a fondo il suo rapporto ambivalente, di amicizia e di ripulsa, di affetto e di distanza, con Lila :

“Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata……Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza oggetto, senza una vera passione, senza un’ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori da lei.”
Ecco dunque che riaffiorano, in pieno femminismo, nel clima di conclamata “sorellanza”, in mezzo ai gruppi di autocoscienza, le rivalità fra donne, dovute all’insicurezza, all’incapacità di misurarsi fino in fondo con il maschio, alla voglia di emancipazione e di libertà che cozza contro i valori atavici introiettati da una cultura secolare di sottomissione. Elena è andata via, si è liberata dal rione della periferia napoletana degradata, dalla famiglia ignorante, dagli amici vincitori e vinti, è diventata una scrittrice e giornalista di fama, ricca, moglie, madre. Lila non si è mossa, si è spostata solo di pochi metri, eppure ha fatto un percorso di liberazione molto più doloroso, ma forse molto più profondo e definitivo.

La storia delle due amiche sembra finire qui, con il terzo durissimo volume. Sarà proprio così? Forse la scrittrice avrà ancora da raccontare, forse deciderà di seguire ancora il corso della storia del nostro paese nei decenni successivi, forse potremo ancora rispecchiarci, noi donne, ma anche gli uomini lettori, nelle analisi spietate della società e della politica italiane che sottendono le pagine dei libri della Ferrante, giudicata dal prestigioso “The Economist”:

“La migliore scrittrice contemporanea di cui abbiate mai sentito parlare”.