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Due amiche, due destini non facili

Autore: Anna Folli
Testata: Gazzetta di Parma
Data: 8 dicembre 2013

Ancora una volta Elena Ferrante si diverte a giocare con i suoi lettori. Già con il suo primo romanzo, «L’amore molesto» diventato poi un film per la regia di Mario Martone, aveva suscitato la curiosità del mondo culturale nascondendo la sua reale identità dietro uno pseudonimo. Da allora, i suoi libri sono stati tradotti in quindici lingue e hanno conquistato il pubblico, meritandosi le lodi incondizionate della critica internazionale. Ma la Ferrante ha continuato a non rivelare nulla di sé. E in un’intervista ha rivendicato l’importanza dell’opera dello scrittore, non della sua vita: «Lì c’è tutto quello che abbiamo da dire. Oggi a chi importa veramente della persona che l’ha scritta? L’essenziale è il lavoro fatto». E ribadisce nel suo libro «La frantumaglia», in cui parla del suo rapporto con la scrittura: «Scrivere sapendo di non dovere apparire genera uno spazio di libertà creativa assoluta. E’ un angolo mio che intendo difendere, ora che l’ho esperimentato. Se ne fossi privata, mi sentirei bruscamente impoverita». Ed è forse in nome della propria libertà creativa, che la Ferrante decide di non chiudere la storia di Lenù e di Lila con il terzo romanzo, «Storia di chi fugge e di chi resta» (E/O, pag. 382, 19,50 euro), come aveva fin dall’inizio preannunciato, ma di aggiungere un quarto volume: un nuovo capitolo che, a partendo dagli Anni Ottanta, arriverà fino al 2010, quando Lila scompare ed Elena va a cercarla. Nei primi due libri della serie, «L’amica geniale» e «Storia del nuovo cognome», la scrittura nitida e luminosa della Ferrante ci aveva immersi in un mondo fitto di storie e di personaggi, tra strozzini, camorristi e piccoli imbroglioni che vivevano gomito a gomito in un rione popolare di Napoli. In quel mondo di miseria e d’ignoranza sono nate Elena e Lila, le due protagoniste della saga «L’amica geniale». Pagina dopo pagina, abbiamo scoperto ogni risvolto della loro amicizia e della loro rivalità, ci siamo appassionati ai tentativi di allontanarsi dal grigiore e dall’ignoranza delle loro famiglie. Le abbiamo viste crescere e cercare di liberarsi dal marchio soffocante del rione: Lila si è sposata giovanissima ma si è presto innamorata di un giovane intellettuale amato anche da Elena, ha lasciato il marito, ha avuto un figlio e, dopo il fallimento di questo legame, ha accettato un lavoro massacrante in una fabbrica d’insaccati, dove è iniziata la sua militanza politica e sindacale. Elena ha cercato il riscatto nello studio, nella laurea alla Normale di Pisa, nel fidanzamento con Pietro Airota, giovane latinista cresciuto in una famiglia di intellettuali ricchi e illuminati da cui si sente protetta. Lila è rimasta, Elena se ne è andata da Napoli: vicine e lontane, legate dal passato comune, sono rimaste incatenate da sentimenti ambivalenti dove l’affetto si mescola alla rabbia e alla gelosia. Al personaggio di Lila, in «Storia di chi fugge e di chi resta» viene lasciato meno spazio. Ed è un peccato perché la sua figura così intensa e potente, ribelle fino all’autodistruzione, è fin dall’inizio il centro vitale della narrazione. In quest’ultimo romanzo è quasi soffocata dalla presenza di Elena, la narratrice dietro la quale sembra di intuire l’alter ego di Elena Ferrante. Entrata nella famiglia Airota, protetta dalla suocera e stimolata dal fervore culturale che la circonda, Elena riesce a scrivere un romanzo di successo e vede spalancarsi davanti a sé le porte del giornalismo. Ma molto più che nei due capitoli precedenti, in «Storia di chi fugge e di chi resta» il racconto dà rilievo allo scenario politico e sociale che fa da sfondo alle vicende individuali delle due protagoniste: siamo all’inizio degli Anni Settanta, gli anni della contestazione studentesca, del femminismo, della lotta e della violenza nelle Università e nelle fabbriche. Elena e Lila si trovano al centro di questi cambiamenti, anche se ormai in posizioni diverse. Nonostante la nuova vita borghese e la nascita di due figlie, Elena non è stata in grado di superare il senso d’inferiorità e inadeguatezza che ancora prova ripensando alle proprie radici affondate nella degradazione del suo rione. Prosciugata dalla quotidianità familiare, non riesce più a scrivere, né trova in sé le ragioni che l’avevano guidata fino a quel momento. La sua ansia di trasformazione le pare solo una fuga in avanti, per precedere Lila: «Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionato... Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed era diventata, questo era certo, ma senza oggetto, senza un’ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro». Con la sua particolarissima capacità di rappresentare la realtà, Elena Ferrante mescola piccole e grandi storie, descrive l’ostentazione delle nuove ricchezze illecite e gli scontri dentro e fuori dalle fabbriche, ironizza sui gruppi di autocoscienza femministi e sulle interminabili riunioni politiche, racconta il nuovo amore di Elena e il doloroso percorso di Lila, i disinganni di un matrimonio finito e l’apparente solidità di un rapporto in cui è stata bandita la passione. Per sapere come tutto questo finirà, non resta che aspettare il quarto volume della saga «L’amica geniale», sicuri che anche questa volta Elena Ferrante non ci deluderà.