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Alla ricerca delle parole per dirsi libera

Autore: Viviana Scarinci
Testata: Società Italiana Delle Letterate
Data: 19 dicembre 2013

Ho appena terminato di leggere Storia di chi fugge e di chi resta l’ultimo romanzo del ciclo L’amica geniale di Elena Ferrante, scrittrice che insieme a Anna Maria Ortese inseguo da tempo. Storia di chi fugge e di chi resta dovrebbe concludere un ciclo inizialmente riconoscibile come Trilogia de L’amica geniale, anche se non sembra un libro conclusivo data la sospensione della vicenda posta abilmente sul finale. La trilogia è la storia di Lenuccia e Lila, prima bambine, poi donne alle prese con la vita adulta nel disordine degli anni Settanta, tuttavia prima del terzo volume l’intera narrazione appariva come un romanzo lunghissimo fitto di vicende in cui i temi di Elena Ferrante giocavano a nascondersi e a emergere lacunosi e senza certezza, lasciando ora un senso di orfanità, ora una speranza di nuovissime sororanze che però ancora non si scorgevano.

La trilogia non sembra concludersi qui perché si chiude ancora celando una domanda che vedremo poi, per ora basti dire che Elena Ferrante con questo terzo volume esplicita e ci imprigiona definitivamente nei motivi ispiratori di questo spiazzante racconto in modo che il suo discorso, quello aperto più di vent’anni fa con L’amore molesto, acquista ora un senso ancora più attuale. Parlando esclusivamente di questo terzo volume, del falso indizio che il titolo suggerisce, sarebbe troppo facile metterla sul piano delle diverse conseguenze che debbano affrontare quelli che fuggono e quelli che restano. In questo libro il restare o il fuggire possono essere sia scelte che incidenti che riguardano le occasioni elargite dal caso. Ad esempio a Lenuccia sotto forma di un viatico di cambiamento apparente da città a città, e a Lila mascherate da non-occasioni che la costringono a restare nella fatica del proprio luogo d’origine cambiando pelle con la stessa naturalezza con cui un animale si adatta all’evoluzione ambientale. Ma non è questo il punto del romanzo.

A una certa pagina del romanzo mi sono accorta di un “particolare”, e quello invece mi è parso essere il punto. Un punto importante che riguarda tutta la scrittura di questa autrice, a cui non avevo fatto attenzione nei romanzi precedenti, e per quanto sembri facile dirlo a posteriori, pure lì c’era, ma non a partire da L’amore molesto, forse subito dopo, cioè da I giorni dell’abbandono. E me ne sono accorta sul finire di una vicenda densissima di fatti come Storia di chi fugge e di chi resta, fitta di colpi di scena come normalmente non mi piace in un romanzo che non abbia scritto Elena Ferrante. Si tratta del sottotesto che ho visto emergere quasi improvvisamente e che ne L’amore molesto non esisteva perché il libro era un sottotesto.

Ferrante nomina direttamente l’eventualità di un testo ulteriore, cioè di una sorta di doppiofondo del congegno narrativo che in teoria dovrebbe serbare i “segni” da cui è sviluppata la trama del racconto. L’autrice si riferisce esplicitamente a questo scomparto segreto del libro seppure di sfuggita: lo fa quando parla di persone addestrate dalla  nascita alla lettura del sottotesto, riferendosi  ai suoceri e al marito di Lenuccia, persone diverse da lei che viene dall’ignoranza e dalla povertà  e vive la sua riscossa culturale e sociale senza fierezza ma con una sorta di complesso di inferiorità. Inferiorità nei confronti  di un certo tipo di cultura pienamente rappresentata da quei parenti acquisiti che sono tassativamente progressisti, che aborrono con parole coltissime l’opulenza pur accumulando privilegi e quant’altro da generazioni.

In Sei passeggiate nei boschi narrativi Umberto Eco scrive: “Oggi, dopo la poetica dell’objet trouvé o del ready made noi sappiamo la risposta: è un’opera d’arte se riusciamo a immaginare dietro a quella forma casuale la strategia formatrice di un autore”. Forse la lettura nella maturità è maggiormente costretta a quel sottotesto, diversamente da quando, da ragazzi, ci perdiamo nel soma di un protagonista meglio che in quello dell’amico. Sarà per questa ragione che non sono riuscita per niente, come indicato dalla storia, a innamorarmi di quel Nino che finalmente si innamora di Lenuccia che invece lo ama già da un tempo che si snoda lungo l’arco di ben due romanzi. Non ci sono riuscita perché proprio sul punto dell’innamoramento vengo inchiodata dal sottotesto del libro. È quel sottotesto di Ferrante che spinge, per quanto non lo si voglia, a tentare il rinvenimento delle tracce della presenza fantasmatica dell’autrice come ne seguissimo le diverse controfigure espresse attraverso le protagoniste dei suoi romanzi, che sembrano tutte agire per nostro conto negli anni compresi tra il primo e l’ultimo libro. Anni cruciali della storia italiana, soprattutto per le diverse scelte nell’agire femminile. Anni che in Storia di chi fugge e di chi resta l’autrice intende precisare più scopertamente riguardo non tanto il suo possibile orientamento come donna e intellettuale ma alla volta di una sempre maggiore definizione, figura per figura, di un’identica costrizione riservata a tutti i ruoli femminili, compresi quelli  indicati come nuovi modelli o modelli alternativi.

In fin dei conti Storia di chi fugge e di chi resta può essere anche letto come un bellissimo romanzo in cui una giovane donna intelligente e di umili origini, animata da un’ambizione cocente ma di incerto indirizzo, cercherà attraverso lo studio, di elevarsi dalla sua provenienza e ci riuscirà. Il fatto che sposi un uomo socialmente e culturalmente molto in vista non è detto che sia frutto di un calcolo anzi sembra un’azione inerziale, come molte azioni cruciali di cui non ci si confessa nulla pur essendo destinate a cambiare la nostra vita per sempre.

Lenuccia non appartiene a nessun cliché, non è emancipata quanto suocera e cognata vorrebbero che fosse in quanto scrittrice. Le parenti acquisite di Lenuccia sono tra quelle donne che, negli anni in cui è ambientato il romanzo, si costringeranno a un concetto di indipendenza univoco che non consente dissidenze. Lenuccia non può condividere quell’intenzione perché è stata sempre troppo psicologicamente dipendente dalla povertà della sua origine per abbracciare battaglie ideologiche slegate dalla prosaicità necessaria ad assicurarsi la mera sussistenza. In realtà Lenuccia non sembra neanche scrivere per necessità di affermarsi. Anche il rapporto con la sua amica Lila non è mai definito, si pasce di sentimenti sfumati, inafferrabili, irriferibili come lo sono molto più spesso i sentimenti minuti e onnipresenti, tutt’altro che certi nell’economia quotidiana.

In questo gioco di ruoli non dichiarati, le identità dell’una e dell’altra amica, almeno nel rapportarsi di Lenuccia a Lila, si confondono in modo talmente straniante che Lenuccia per buona parte del romanzo, quasi non avrà modo di occuparsi di sé o fingerà di non avere il tempo di considerare la non tracciabilità della sua posizione a prescindere dall’uomo sposato e dal libro pubblicato. Ma questo stato di cose è destinato a terminare. Dura infatti finché non deflagra l’eros, che in tutti i romanzi di Ferrante suscita la qualità di un sentimento rarissimo e imperioso, l’unico che renda certi riguardo le autentiche mozioni del corpo e della mente, l’unico sentimento capace di costringere Lenuccia a una definizione radicale della propria posizione senza ricorrere a modelli femminili preconfezionati.

Per quanto sembri che Lenuccia non vi faccia particolare affidamento, sarà la scrittura che compirà il prodigio di scalzare la costrizione entro cui ogni afflato più o meno creaturale viene fissato da atteggiamenti e parole che immediatamente lo identifichino e lo espongano al fine di creare l’ennesimo modello. Dove attinge una donna le parole per dire liberamente questo? Ferrante raccontando di Lenuccia che scrive, la ritrae intenta a cercare vocaboli come fosse Eva che cerca soprattutto parole oltre il torace del primo uomo da cui è stata estratta. Eva creata da una costola di Adamo in quanto evidentemente non erano disponibili al creatore carne e ossa di altro genere da quello maschile, cerca finalmente asilo nel linguaggio fuori dalla costrizione di quel torace. Anche Lenuccia cerca di sé stessa qualcosa che ha smarrito e che prima c’era, prima che venisse disperso.

Lenuccia cerca quella materia biologica e onirica di esclusiva matrice femminile precedente alla prima scena della creazione, materia vilipesa e rimossa in quanto inservibile al fine di garantire l’appartenenza della donna all’uomo, come sancita irreversibilmente, per la faccenda della costola, da un diritto niente meno che legiferato da Dio. Leggo questo, mentre Lenuccia scrive con urgenza il suo saggio sulla prima e seconda creazione biblica al fine di porre un vero e proprio enigma amoroso a Nino che l’ha esortata a mettersi di nuovo a scrivere. E Lenuccia istintivamente userà la scrittura come agente capace di un ascendente potentissimo su cose e persone, all’esclusivo fine di mettere Nino alla prova. Sfida che non si saprà mai, a meno che non esca il quarto volume de L’amica geniale, quanto consapevolmente Nino abbia raccolto.